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domenica 20 giugno 2010

IL RECORD ASSOLUTO DELLE BALLE - TG2 INTERVISTA A TREMONTI


DI SOLANGE MANFREDI
paolofranceschetti.blogspot.com

Ieri sera al TG2 delle 20.30 ho sentito l'intervista rilasciata dal nostro Ministro dell'Economia Tremonti

TG2 del 17/06/2010, ore 20.30, servizio 02, indirizzo:

http://www.tg2.rai.it/dl/tg2/Page-51fc176a-1c60-4232-a024-732f3ba3f42a.html

So da tempo che la propaganda ha le sue regole, ma non credevo che in meno di un minuto si potesse giungere a tanto. In un minuto infatti è stato battuto il record delle falsità.

Vediamole una per una.

Il Ministro Tremonti esordisce così:

"Ho parlato con il presidente Berlusconi che è a Bruxelles. E' chiuso il vertice europeo. Ha ottenuto uno straordinario successo per il nostro paese ma non solo. La politica europea considera il debito pubblico, ma anche la sua dinamica e, soprattutto, la sua complessiva stabilità".

Stabilità? Ma di che sta parlando? Il nostro debito pubblico è in costante aumento, altro che stabile!

Ad aprile ha raggiunto i 1.812,7 miliardi. Livello mai raggiunto!

A marzo di quest'anno era di 1.797,7 miliardi di euro.

Lo ripeto: Il nostro debito pubblico è in costante e veloce aumento! Di quale stabilità stia parlando non si sa.

Il Ministro prosegue:

"Questo è un grande riconoscimento al Presidente Berlusconi, al Governo italiano e sopratutto mette l'Italia nella giusta posizione in Europa".

Grande riconoscimento? Giusta posizione? Ma se abbiamo uno dei debiti pubblici più alti al mondo! A seconda delle stime siamo tra il 5° (OCSE) e il 7° posto (FMI) tra i paesi più indebitati.
Peggio di noi troviamo solo paesi come lo Zimbawe, Libano, Sudan o Giappone che, però, avendo ancora la sovranità monetaria possono correre ai ripari svalutando, noi no.

La nostra giusta posizione? Tra i paesi più indebitati del mondo, ecco la nostra GIUSTA posizione.
Ma ancora non basta, perché il Ministro, poi, afferma:
"Abbiamo ereditato un grande debito"

Da chi? La domanda è lecita visto che dal 2001 ad oggi hanno governato praticamente sempre loro, tranne una parentesi di due anni del governo Prodi (2006-2008). Sarebbe stato più corretto dire: "Abbiamo fatto un grande debito".

Ma il meglio deve ancora arrivare. Eccolo:

“ma guardando avanti la dinamica è più lenta che in altri paesi, e poi abbiamo una grande ricchezza delle famiglie, abbiamo poco debito nelle imprese, abbiamo un sistema pensionistico molto stabile”.

Se non ci fosse da piangere verrebbe da ridere. Vediamo quale ricchezza delle famiglie, quale debito delle imprese, e quale sistema pensionistico. Andiamo con ordine: - Ricchezza delle famiglie: Secondo gli ultimi dati della Banca d'Italia la crescita inerente l'indebitamento delle famiglie è in costante aumento e, soprattutto l'indebitamento continuerà a crescere. Vero che l'indebitamento delle famiglie italiane in rapporto al reddito disponibile è più basso di altri paesi europei, ma è anche vero che sta crescendo sempre più velocemente, il che vuol dire che i risparmi sono finiti e per accorgersene basterebbe uscire dal quel mondo di privilegi cui i nostri politici si sono arroccati. La realtà è sotto gli occhi di tutti, basta guardare;

- debito imprese: Le imprese italiane navigano in un mare di debiti. Tra prestiti fidi e crediti commerciali, negli ultimi dieci anni hanno accumulato un conto con le banche pari a 933 miliardi. Che per ogni impresa fa, in media, 176 mila 596 euro. Più che una marcia quella delle imprese è stata una corsa all' indebitamento, cresciuto negli ultimi 10 anni del 93,6% contro un' inflazione in salita del 23 (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/05/16/imprese-debiti-raddoppiati-in-10-anni.html);

- Sistema pensionistico stabile. "Le Casse di previdenza private sono destinate al crack. Entro il 2030 gli enti consumeranno i patrimoni per pagare le prestazioni, a meno di drastiche riforme. A lanciare l'allarme sui destini delle gestioni di previdenza dei professionisti è il ministro del Lavoro, Roberto Maroni, sulla scorta dell'analisi del Nucleo di valutazione sulla spesa previdenziale, che sarà presentata ufficialmente all'inizio di settembre" (sole 24 ore). Questo nel 2003. Da allora le cose sono peggiorate tanto che nell'ultimo decreto legge, le casse di previdenza vengono sostanzialmente commissariate. Infatti, secondo il decreto legge 78/2010, art. 8, comma 15: «Le operazioni di acquisto e vendita di immobili da parte degli enti pubblici e privati che gestiscono forme di previdenza obbligatorie di assistenza e previdenza, nonché le operazioni di utilizzo, da parte degli stessi enti, delle somme rinvenienti dall'alienazione degli immobili o delle quote di fondi immobiliari, sono subordinate alla verifica del rispetto dei saldi di finanza pubblica». Detto in altri termini significa che l'acquisto di immobili o l'utilizzo dei fondi derivanti dalla loro vendita, anche da parte degli enti privati, è subordinato a una specie di nullaosta del ministero del Lavoro, di concerto con l'Economia. Non è stata usata la parola commissariamento me nei fatti di questo si tratta. Le nostre casse previdenza sono così floride che negli ultimi tempi sono stati presi i seguenti provvedimenti:

a) sono stati tagliati e/o bloccati gli stipendi;
b) è stata aumentata l'età pensionabile;
c) le c.d. Buone uscite saranno pagate a rate se sopra i 90.000 euro;

d) le casse di previdenza sono state commissariate.

Un perfetto esempio di salute ferrea.
Alla fine il nostro Ministro dell'economia conclude:
“nell'insieme abbiamo un sistema molto sostenibile, se fosse stato diverso saremmo stati penalizzati, in questo modo, ripeto, il vertice è stato chiuso molto bene, con un ruolo molto importante del Presidente Berlusconi. Siamo in pista e abbiamo il biglietto che ci compete”.

Si, è vero, abbiamo proprio il biglietto che ci compete, al lettore stabilire fatto con quale "carta".

Solange Manfredi
Fonte: http://paolofranceschetti.blogspot.com/
Link: http://paolofranceschetti.blogspot.com/2010/06/il-record-assoluto-delle-balle.html
18.05.2010
visto su: http://www.comedonchisciotte.org

mercoledì 2 giugno 2010

Berlusconi a Ballarò come ai bei tempi dell’editto bulgaro

Il premier telefona per replicare a Giannini di Repubblica e a Pagnoncelli dell’Ipsos e poi attacca il telefono inveendo contro la tv pubblica. Floris: “Non si può insultare e attaccare, lo facevo da bambino”.



“Non si può insultare e attaccare il telefono, lo facevo quand’ero ragazzino”: la rispostaccia di Giovanni Floris è dedicata la presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che ha appena telefonato alla sua trasmissione per replicare a Massimo Giannini di Repubblica e Nando Pagnoncelli di Ipsos.


LO SVENTURATO RISPOSE – Giannini era colpevole di aver detto che il premier, in altri tempi, aveva fatto l’elogio dell’evasione fiscale, mentre oggi parlava di troppo “nero”. Berlusconi lo ha accusato di aver detto falsità, visto che i suoi governi hanno sempre fatto lotta all’evasione. Pagnoncelli invece era reo di aver presentato sondaggi con dati negativi per il premier, mentre lui – lo ha ricordato – ha dati che gli garantiscono grande consenso politico. Poi il premier ha attaccato il telefono, senza aspettare le repliche degli interessati. Che però non si sono fatte attendere. Giannini: “Dal capo del partito dell’Amore mi sarei aspettato tutt’altro comportamento”. Pagnoncelli: “La mia società è quotata alla Borsa di Parigi, non posso essere insultato dicendomi che trucco i dati“.

VERAMENTE AVEVA DETTO - Forse Silvio ha un vuoto di memoria, e non ricorda di aver detto: ““se lo Stato ti chiede un terzo di quanto guadagni allora la tassazione ti appare una cosa giusta, ma se ti chiede il 50-60% ti sembra una cosa indebita e ti senti anche un pò giustificato a mettere in atto procedure di elusione e a volte anche di evasione”, il 2 aprile 2008. La rissa a Ballarò continua poi con Tremonti, che parla di volgarità del dibattito, e Giannini che alla Robert De Niro in Taxi Driver gli rispondeva “Ma sta dicendo a me?“.

fonte: http://www.giornalettismo.com/

martedì 1 giugno 2010

Il governo e la danza dello scaricabarile (di Luca Telese)

1 giugno 2010
Da Tremonti a Bondi, il gioco delle colpe (degli altri)

È come un passo di danza, come un giro di valzer, come il gioco della sedia, in cui tutti corrono e quando finisce la musica qualcuno, immancabilmente, resta col culo per terra (ad esempio uno con la faccia da martire predestinato, il povero Sandro Bondi). È come un passo di danza, come un gran ballo, vagamente grottesco: il Titanic affonda, e da un paio di settimane nel governo si gioca danzando con lo scarica-barile, l’ultimo che resta nella pista del Transatlantico resta con il cerino in mano.


Silvio & Giulio. Esempio di scuola? La giornata di ieri. Abbiamo iniziato di mattina leggendo di Silvio Berlusconi furibondo: “Quante proteste, per colpa di Tremonti! Ora basta, la partita la gestiamo noi”. Poverino, era arrabbiato, gli avevano rovinato la piazza, facendo crescere il malcontento sociale (barile scaricato su Giulio). Solo mercoledì scorso, però, Berlusconi si era arrabbiato in conferenza stampa: “Tutte le divisioni di cui leggo sui giornali sono inventate... Se l’Italia può stare tranquilla è grazie a questi due signori” (lui stesso e Tremonti, ndr.)”. Si capisce, andavano d’amore e d’accordo, ministro e premier: tutte malizie, tentativi inutili di seminar zizzania (barile scaricato sui giornalisti).

Le lacrime di Bondi. E che dire del nostro ministro della Cultura? Lo avevamo lasciato nella sua fase “autarchica”, la settimana scorsa a Cannes. Così orgoglioso del suo governo, da dire: “Io in Francia, al festival, non ci vado”. Bravo, bravissimo. Si era sentito diffamato dal film di Sabina Guzzanti (il meraviglioso Draquila) che fra l’altro – come al solito – criticava senza averlo visto. Un classico del bondismo: indignazione pregiudiziale a tesi (barile scaricato sui diffama-tori comunisti del cinema italiano). Poi però la musica si è fermata di nuovo, l’orgoglio governista del ministro si è sedato, e ieri lo abbiamo sentito lamentarsi: “Sono stato esautorato!”. Ovvero. Colpito anche lui dalla scure dei tagli a sua insaputa. Evvai, altro barilone scaricato (stavolta sul ministro dell’Economia). Non è colpa sua, poverino. Un po’ come Claudio Scajola, quello che non si sarebbe mai dimesso, “Altrimenti sarebbe stato come ammettere di essere stato preso con il sorcio in bocca” (barile scaricato su se stesso a sua insaputa: come è noto, la pirlaggine esiste). Nella serata di ieri, però, abbiamo assistito a un altro giro di valzer: Tremonti spiega che deciderà insieme con lui, come tagliare e dove (l’onere della scelta ritorna su Bondi, autobarile). Così come lo stoico Ignazio La Russa, il nostro ministro della Difesa ci aveva spiegato: “I tagli li faccio, ma scelgo io dove” (scaricabarile in grigioverde: e continuiamo a pagare la missione in Libano, anche se non c’è più guerra).

I soldi ai partiti. In sette giorni di balli di gala, sul ponte del Titanic questo governo ha annunciato tutto e il contrario di tutto: ma intanto il taglio rigoroso dei soldi ai partiti è passato dal 50% al 10% (barile scaricato a chissà chi, i tesorieri di partito sospirano per lo scampato pericolo). E l’abolizione delle province? Via tutte, avevano detto in campagna elettorale, sia a destra che a sinistra. Anzi poi no, abolizione solo delle piccoline (dopo il successo della Lega). Poi voci sui giornali, indiscrezioni mappine. Poi di nuovo rettifica, di Silvio Berlusconi in persona: “Abbiamo fatto i conti, il risparmio non ci sarebbe” (scaribarile e anche bidone, stavolta perché il risparmio c’è, eccome). Alla fine l’ultima sentenza del Cavaliere: “Nel decreto non c'è nessun accenno alle province”. Ancora colpa nostra, ovviamente, il taglio ce lo siamo inventato noi della stampa. E gli ex aennini? Ballano e protestano, anche loro: “Insomma – spiegava Italo Bocchino – si ha la netta impressione che questa sia una manovra che non deve dispiacere agli alleati leghisti” (barile scaricato sul Carroccio, sacrosanto).

Gianfranco & Renato. E le intercettazioni? Il ballo più regale della giornata. "Ho dubbi sul testo al Senato del disegno di legge” , ci spiegava giustamente Fini (barile scaricato sui berluscones). Risposta di Schifani, noto garante delle istituzioni: “Non mi sognerei mai di dare giudizi politici o di merito su argomenti all'esame dell'altro ramo del Parlamento” (barile scaricato su Fini). Seguono colpi e fendenti: “Rispetto il Senato – spiega il presidente della Camera – ma non abdico al mio ruolo politico. Su legalità e unità nazionale non desisto” (barile su Schifani). Controreplica del barilato: “Ho dato massimo sfogo alle mie esternazioni politiche nei sette anni in cui sono stato capogruppo. Da presidente del Senato invece voglio garantire il ruolo di terzietà” (minchia). È colpa di tutti. No, di qualcuno. Alla fine di nessuno. E la nave non va.

Da il Fatto Quotidiano dell'1 giugno
fonte: http://antefatto.ilcannocchiale.it

Le novità della Finanziaria

1 giugno 2010

Enti culturali - Ecco una delle principali modifiche al testo finale del decreto della manovra: è saltata, dopo l’intervento del presidente Napolitano: la lista degli enti culturali e storici per i quali era previsto un ridimensionamento dei finanziamenti. I fondi vengono comunque “ridotti del 50 per cento rispetto al 2009”. La norma coinvolge i ministeri competenti: “Al fine di procedere a razionalizzazione e riordino delle modalità con le quali lo Stato concorre al finanziamento dei predetti enti – è scritto nel testo – i ministri competenti con decreto da emanare entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto stabiliscono il riparto delle risorse disponibili.

Province - Tra gli aspetti più discussi della Finanziaria c’è l’accorpamento delle province. Nelle bozze del decreto legge si prevedeva l’accorpamento delle amministrazioni provinciali con meno di 220 mila abitanti. Tutti i commi dedicati alle province sono saltati nella versione definitiva del decreto legge: segno che non ci sarà nessuna soppressione delle micro province. Aumentano continuamente anche i micro comuni: nel 1951 erano 7810, oggi ne abbiamo 8101. Solo in Lombardia ci sono 1546 comuni, 146 dei quali sono sotto i mille abitanti. L’aumento (costoso) degli organismi comunali e provinciali è in decisa controtendenza rispetto al resto d’Europa.

Turisti a Roma - Nel testo definitivo della manovra si conferma quanto trapelato nei giorni scorsi, cioè che verrà richiesto un contributo di soggiorno a tutti i turisti che visiteranno la capitale. Nel decreto legge, alla voce “Roma Capitale”, si prescrive infatti che si debbano versare “fino all’importo massimo di 10 euro per notte”. Anche se, a quanto si apprende, la cifra completa di 10 euro la pagherà solo chi spenderà più di 300 euro a notte. Saranno invece esentati pensioni e bed&breakfast. A Roma questa tassa si pagherà a partire dal 2011. Inoltre è prevista la “maggiorazione, fino al 3 per mille, dell’Ici sulle abitazioni diverse dalla prima casa, tenute a disposizione”.

I soldi europei - Per quanto riguarda i fondi europei per le aree sottosviluppate, si era in un primo tempo ipotizzato che potessero essere gestiti direttamente da Palazzo Chigi. Invece i fondi Fas rimarranno di competenza del ministero dello Sviluppo economico, pur prevedendo una ricognizione che in 60 giorni dovrà essere fatta con decreto del presidente del Consiglio di concerto con i ministri dell’Economia e dello Sviluppo. “Le risorse del fondo per le aree sottoutilizzate restano nello stato di previsione del ministero dello Sviluppo economico. Restano ferme le funzioni di controllo e monitoraggio della Ragioneria generale dello Stato. Viene poi trasferita al ministero dello Sviluppo la vigilanza sul “Comitato Nazionale permanente per il microcredito”.

Inail e Inps - Resta nel testo finale della manovra la modifica degli enti previdenziali, già prevista nelle bozze. Il decreto legge prevede infatti l’accorpamento degli enti a Inail e Inps. Vengono cancellati anche Isae e l’Ente italiano della Montagna, che finiscono nei rispettivi ministeri di competenza. In particolare – come è scritto nell’articolo 7 della Finanziaria – l’Ipsema e l’Ispesl vedranno passare le funzioni all’Inail; l’Ipost all’Inps. Vengono soppressi anche l’istituto affari sociali, le cui funzioni passano all’Isfol e l’Enappsmasad, cioè l’ente nazionale di assistenza e previdenza per i pittori e scultori, musicisti, scrittori e autori drammatici che passa all’Enpals.

Da il Fatto Quotidiano dell'1 giugno
fonte: http://antefatto.ilcannocchiale.it

domenica 30 maggio 2010

INGANNO E DEPRESSIONE INDOTTA - le menzogne del potere










DI MARCO DELLA LUNA
nuke.lia-online.org

La crisi è alle spalle - Non ci saranno nuovi sacrifici - Qualcuno ha pagato il mio appartamento a mia insaputa - Al salaria soprt village mi curavano l'ernia del disco.

Hanno mentito e mentono ancora. Hanno Mentito quando dichiararono che l’Euro avrebbe protetto il potere d’acquisto, e all’opposto lo ridusse del 40%. Era così sicuro e conveniente – dicevano – che non solo era superflua una consultazione popolare, ma anzi la gente doveva assolutamente pagare tasse aggiuntive per meritare il privilegio di entrare nell’Euro, nella Moneta Unica.

Mentirono sulla quantità di tasse da pagare per entrare nell’Euro: prima erano 5.000 miliardi di Lire, poi 10.000, poi 20.000. A un certo punto ci dissero che finalmente eravamo nell’Euro, nella Moneta Unica. Ma anche qui mentivano., e ora ce ne stiamo accorgendo: l’Euro non è una moneta unica. E’ una cosa molto diversa: è un insieme di parità fisse di cambio tra le varie monete partecipanti. E’ come il vecchio Sistema Monetario Europeo, saltato nei primi anni ’90, solo che ha introdotto banconote e spiccioli comuni, per corroborare l’illusione che sia una moneta unica.

Non è una moneta unica perché l’Euro viene prodotto dalla BCE e “venduto” ai singoli paesi contro titoli del debito pubblico dei singoli paesi. Ogni paese emette e vende i suoi propri titoli. Ogni paese, ogni debito pubblico, ha il suo rating e paga il suo tasso di interesse: più i suoi conti sono affidabili, meno paga. E le differenze possono essere elevate. Inoltre, le agenzie di rating possono giocare, e hanno giocato, a dividere l’Eurozona ribassando artatamente il rating di questo o quel paese finanziariamente in difficoltà. Si può arrivare a una situazione in cui la BCE dichiari che i titoli di un dato paese dell’Eurozona non siano più utilizzabili per acquistare Euro.

Affinché più paesi facciano una moneta unica, comune, è necessario che emettano titoli del debito pubblico comuni, ossia che unifichino i loro rispettivi debiti pubblici. Che paghino un unico tasso di interesse. Il che ovviamente non è avvenuto e non può avvenire: Germania e Francia non unificheranno mai i loro debiti pubblici con quelli di Italia, Spagna, Portogallo, Grecia.

Quello che è avvenuto e che era prevedibile e inevitabile, e da alcuni è stato voluto, è che costringere sistemi economici poco efficienti a servirsi della medesima moneta dei sistemi economici più efficienti con cui avevano rapporti di concorrenza e/o di scambio commerciale, ha causato il declino e lo smantellamento dei sistemi economici inefficienti: Grecia, Meridione, Portogallo… Tanto più che, al contempo, arrivava l’attacco competitivo nei nuovi paesi comunitari est-europei nonché della Cina, dell’India, del Pakistan, del Marocco… Tra aree economiche aventi livelli di efficienza e di indebitamento molto distanti tra loro, non ci può essere una moneta comune. Ma non può nemmeno sopravvivere una parità comune, senza ammazzare le aree deboli. A meno che queste non prendano il potere politico sull’Unione e non sfruttino colonialmente quelle forti. Quindi l’Euro salterà, in un modo o nell’altro.

Intanto i banchieri portano avanti la loro politica e i loro affari. Ricordate quando le banche, la BCE, erogavano prestiti facili e a minimi tassi? E poi, quando famiglie e imprese si furono indebitate, strinsero i cordoni con Basilea I e Basilea II, mandando a rotoli l’economia? Causando una marea di insolvenze? E, quando i costi maggiori finanziari prodotti da questa stretta creditizia, cioè monetaria, e le insolvente, pure da essa prodotte, si tradussero in un generale rincaro dei prezzi, gridarono all’inflazione monetaria, e strinsero ancora di più i cordoni della liquidità, e alzarono ripetutamente i tassi, fino a ottenere il crollo dei mercati finanziari e dell’economia reale nel 2008? Vi ricordate che, allora, diciamo a fine luglio, dall’oggi al domani,contraddicendosi spudoratamente, “scoprirono” che c’era un drammatico bisogno di liquidità, e buttarono i tassi a zero? E usarono i governi per far rifinanziare banche e simili coi denari pubblici, cioè con pubblico indebitamento, togliendo i soldi all’economia reale e ai redditi e alla spesa pubblica? E avete notato come, con quei rifinanziamenti, le banche hanno imbastito tra loro un frenetico scambio di titoli finanziari per far risalire artificiosamente i mercati, inducendo risparmiatori fondi previdenziali e di investimento a metterci i loro soldi per rifarsi delle perdite del 2007-2008? E come hanno riportato i bonus dei loro CEO a livelli superiori al crollo delle borse?

Adesso la cosa si ripete: nuovo sacco dei redditi e dei risparmi per trasferire ricchezza al sistema bancario, anziché far pagare le banche autrici e beneficiarie di truffe e speculazioni distruttive.

L’inflazione rialza la testa e la BCE assicura che non tollererà che ciò avvenga. Ossia preannuncia e pregiustifica rialzi dei tassi. Ma sa benissimo che, oggi come prima del 2008, non c’è alcuna inflazione monetaria, proprio perché, al contrario di quanto assume (in ovvia mala fede) la BCE, l’economia reale sta morendo di scarsità di denaro disponibile. Quella falsamente presentata come inflazione da eccesso di moneta, in realtà è l’aumento dei costi finanziari (e conseguentemente dei prezzi di beni e servizi) dovuto appunto alla stretta creditizia di Basilea I, II e III , alla pratica sistematica dell’usura da parte delle banche di credito col tacito consenso delle banche centrali, all’aumento dei costi unitari industriali dovuto a diseconomie di scala (a loro volta dovute alla minor produzione e alla concorrenza cinese). Ma anche al fatto che banchieri e governanti hanno dirottato le risorse monetarie dai consumi, dai redditi, dagli investimenti al sostegno delle banche e della speculazione finanziaria, demonetizzando l’economia produttiva a favore di quella speculativa, e diffondendo insolvenze, fallimenti, licenziamenti.

Ora, con le manovre di aggiustamento dei conti, con nuove tasse, con ulteriori tagli dei redditi e della spesa pubblica, e insieme col rialzo dei tassi, è chiaro che puntano deliberatamente a produrre una depressione economica di prim’ordine e di lunga durata (una manovra che io interpreto, nel mio recente Oligarchia per Popoli Superflui, come finalizzata a salvare la Terra dall’inquinamento industriale e civile, dall’esaurimento delle materie prime, dalla sovrappopolazione). Ci sono precedenti: come provato dal prof. Richard Werner nei suoi saggi The Pricnes of the Yen e New Paradigm in Macroeconomics, una cosa analoga il sistema bancario internazionale ha già fatto nel 1991 al Giappone, per tagliare le gambe alla sua economia mediante una brusca ed economicamente ingiustificabile stretta monetaria, che bloccò l’espansione industriale e commerciale di quel paese, e ancora oggi lo mantiene nella stagnazione. E così facendo consentì l’ascesa dell’astro cinese, designato a comperare l’incessante emissione di t-bonds degli USA – USA che erano all’inizio di una lunga e costosissima serie di campagne belliche.

Quale che sia il fine reale della manovra bancaria per mandare l’Occidente in depressione economica, la realtà di tale manovra è tangibile, comprovata. E i politici, i governi, i parlamenti assecondano tale disegno depressivo. Se si volessero realmente opporre, i governi potrebbero facilmente farlo con operazioni sotto copertura nei confronti della grande finanza e delle sue agenzie di rating, analoghe a quelle che conducono nei confronti del terrorismo non finanziario.

In Italia e in altri paesi ci stupiamo che la classe dirigente (politici, grand commis), rubano, o mangiano, o arraffino, in modo non accidentale, non isolato, ma sistemico. Ma che altro potrebbe fare, se non questo, una classe dirigente che, nel sistema effettivo dei poteri, è sottoposta al potere finanziario, che è il braccio esecutivo e la maschera sporca di questi interessi, e che in questo ruolo saccheggia e boicotta i popoli che sulla carta dovrebbe rappresentare e amministrare? E’ inevitabile che arraffi in proprio, oltre a saccheggiare per essi. In Italia, con la tangentopoli bis, stanno sviando l’opinione pubblica dal male grande al male piccolo ma più accettabile all’opinione pubblica, che quindi viene condizionata a vedere il problema come di una classe dirigente diffusamente corrotta: un problema da risolvere con indagini e sanzioni e più richiami a valori etici.

I popoli, le masse, non sono, proprio perché numerosi, in grado di imparare, di capire, di evitare. Agiscono secondo emozioni, abitudini, imitazione. Altrimenti non sarebbero caduti nella trappola dei prestiti facili né in quella della crisi alle spalle. E non sono nemmeno in grado di coordinarsi, altrimenti avremmo già avuto una rivoluzione violenta negli USA come in Grecia, in Italia etc., contro questi parlamenti e questi governi che depredano le loro popolazioni su mandato dei banchieri, mentendo e ingannando sistematicamente in materia economica. Ma queste rivoluzioni sarebbero del tutto inutili, perché non vi è alternativa, nei nostri tempi, al governare i popoli attraverso lo strumento monetario e bancario, e agli strumenti più specificamente manipolatori. Quindi, se non scoppia la rivoluzione, non perdiamo nulla, tranne il sanguinoso spettacolo del popolo che sfoga la sua indignazione sulle piazze, facendo in pezzi ministri, onorevoli e senatori, boiardi di Stato e tutti gli altri da cui crede di essere stata ridotta in miseria.

Marco Della Luna
Fonte: http://nuke.lia-online.org/
17.05.2010
letto su: www.comedonchisciotte.org

sabato 29 maggio 2010

Berlu-mussolinismo di Luca Telese


29 maggio 2010
di Luca Telese

Fenomenologia di una pericolosa fascinazione tra il premier e il dittatore. Lunga 15 anni

Cosa bisogna pensare del berlu-mussolinismo? L’associazione tra le due parole – purtroppo per Silvio Berlusconi – non è il frutto di qualche oppositore esasperato, ma di un lavoro di evocazione (e di associazione), che lo stesso premier, ad intervalli regolari, ha provveduto a cementare (e forse persino a incentivare) nell’immaginario collettivo.

L’ultima perla. Ieri, ovviamente, la notizia ha fatto il giro del mondo. Berlusconi, che cita i Diari di Mussolini e si paragona al dittatore impotente, Silvio come Benito, vittima dei suoi stessi uomini: “Sostengono che ho potere, non è vero. Forse ce l’hanno i gerarchi, ma non lo so. Io so solo che posso ordinare al cavallo vai a destra o vai a sinistra, e di questo - spiegava il premier - posso essere contento”. E che dire del racconto compiaciuto di Marcello Dell’Utri a Radio24? Peggio di una rivendicazione in una cabina telefonica: “Sì, è vero, gli ho dato io quei diari: gli ho fatto una fotocopia”. Un dubbio: cosa sarebbe successo in Germania se Angela Merkel avesse citato Adolf Hitler? Visto che è tecnicamente impossibile (la Merkel è una statista seria) non è dato di saperlo. Ma esiste, invece, una ormai vasta letteratura di citazioni berlu-mussoliniane, che pone un interrogativo sull’uso fatto dal premier, nel corso degli anni, dell’”altro” italiano più ingombrante della nostra storia. E’ una operazione politico-ideologica (ovvero, sottrazione dell’elettorato nostalgico all’odiato Dino Grandi-Gianfranco Fini?). Una operazione di marketing per conto dell’amico Marcello (vendere i diritti dei diari-patacca)? Oppure di una operazione imprenditoriale in proprio? (pubblicare il malloppo per la Mondadori, dopo averlo pubblicizzato in tutto il mondo)? Conoscendo l’uomo tutto è possibile. Forse, però, la spiegazione vera è un’altra.

Natali anti-fascisti. Intanto occorre ripercorrere la storia di questa fascinazione. La cosa curiosa è che gli esordi di Berlusconi, nella sua autonarrazione, sono “anti-fascisti”. Certo, un antifascismo anomalo, tutto lombardo, un po’ alla Mike Bongiorno (che fu in carcere al fianco del generale Della Rovere, immortalato persino nel capolavoro di Indro Montanelli). Berlusconi ha raccontato più volte questo retroterra familiare: “Mio padre fu manganellato dai fascisti. Lo colpirono i reumatismi quando dormiva sotto i ponti ai Navigli...”. Ricostruzione ex post? Lessico famigliare rispolverato ad hoc per tacitare le polemiche?

Anniversario disertato. Un dato certo: fino al 2009 Silvio Berlusconi non ha mai celebrato il 25 Aprile. Forse memore del fatto che la più grande manifestazione antiberlusconiana fu organizzata nel 1994 (in occasione dell’anniversario della Liberazione) da Il manifesto. Per Berlusconi, soprattutto nei primi anni della “discesa in campo”, l’antifascismo era un tema scivoloso. Ancora nel 1995 Umberto Bossi urlava: “Mai, mai mai, al potere con Berluscàz e la porcilaia fascista!”.

Un the con papà Cervi. Rimase negli annali il siparietto a Porta a Porta, quando nel 2000 Berlusconi fece una gaffe fantastica rispondendo a un incredulo Fausto Bertinotti: “Sarò felicissimo di conoscere papà Cervi a cui va tutta la mia ammirazione…”.E Bertinotti, sommessamente: “...Papà Cervi purtroppo è morto… non lo può conoscere più…”. Macchè, Berlusconi insisteva imperterrito: “E quindi, se lei manterrà l’invito, sarò felicissimo di venire con lei a rendere omaggio a questa nobilissima figura che ha sofferto…”. Bertinotti: “Onorevole Berlusconi! Papa Cervi è morto! È morto da molto tempo…”.

Sdoganamenti progressivi. Visto che con l’antifascismo andava malino, Berlusconi iniziò lo sdoganamento graduale del ventennio e del suo protagonista. “Mussolini - disse nel 1996 - è stato un protagonista di vent' anni di storia nel bene e soprattutto nel male. Prodi è casomai una comparsa, non si può nemmeno lontanamente immaginare un paragone tra i due uomini”. Anche se per contrario, era un primo pubblico tributo. Ma il vero sdoganamento fu quello dell’intervista allo Spetctator del 2003: “Mussolini non ha mai ammazzato nessuno, Mussolini mandava la gente a fare vacanza al confino”. Memorabile (e non ritrattabile). Era iniziata la concorrenza con An sul suo terreno. Quindi arrivò lo sdoganamento sarcastico, ma a ben vedere - per la prima volta - autocomparativo: “Mussolini aveva i nuclei delle camicie nere: io, secondo i giornali che sono i sottotappeti della sinistra nostra all’estero, avrei i nuclei delle veline. Grazie a Dio, mi sembra un po’ meglio...”. Nel settembre del 2008, il premier si presentò alla festa di Atreju, dai giovani di An, in camicia nera, a leggere brani sull’anticomunismo. Una risposta al passaggio di Fini (il giorno prima) all’antifascismo. Oggi, invece, l’elemento di fascinazione più grande è il clima da “24 luglio” (copyright di Giuliano Ferrara): il paragone con il fascismo tragico. A Berlusconi forse, piacerebbe riscrivere il finale di piazzale Loreto, spiegare agli italiani che l’unico “uomo al comando” della storia patria può essere lui. Vuoi vedere che i diari-patacca di Dell’Utri sono stati scritti ad Arcore?

Da il Fatto Quotidiano del 29 maggio

C'è la crisi ma il Senato veste firmato

29 maggio 2010
di Carlo Tecce
Cravatte, camicie, scarpe e collant da 1,2 milioni (per cinque anni)

La vera immunità parlamentare è il privilegio. Guai a toccare i soldi pubblici per i partiti, guai a sopprimere un appalto per abiti da gala. La sforbiciata sui rimborsi elettorali per le ultime politiche (2008), il famoso euro che diventa mezzo per italiano votante, più passano i giorni e più si fa indolore: “Forse il 10 per cento o forse il 5. Un fatto è certo: dobbiamo comprimere”, taglia (si fa per dire) corto Alberto Giorgetti, sottosegretario all’Economia. La casta che costa, a volte lascia la mancia e chiede lo sconto: scrive bandi stravaganti (agende, calze e tipografie) e prova a spezzare la manovra di Tremonti. I partiti hanno preparato la mensolina del frigo, siano di destra o di sinistra, per incassare una parte ciascuno della torta, un malloppo da 370 milioni di euro. Un paragone? Il 20 per cento in più delle risorse destinate alla messa in sicurezza degli edifici scolastici. Risparmiare 50 centesimi significa 185 milioni di euro, il 5 per cento è un graffietto: circa 18,5 milioni, un obolo per le segretarie. Sopportabile. E dunque sufficiente per dare un segnale ai cittadini. Un segnale luminoso, semmai.

Le esclusive docce con idromassaggio

L’ex ministro Mariapia Garavaglia (Pd) ha depositato un’interrogazione urgente al governo che sembra una battuta da cinepanettone, ma che svela l’ennesimo privilegio: “Risulta vero che, per il decoro di alcune sedi ministeriali, siano state spese notevoli cifre, finanche per l’istallazione di docce con idromassaggio?”. Ruotano due follie intorno al mistero delle docce, viste spuntare dai dipendenti, testimoni oculari e incavolati: sarà normale che i ministri sentano l’esigenza di un idromassaggio in ufficio, ispirati dal regolamento molto, molto comprensivo. “Quando mi sono insediata al ministero, varata una manovra da 5 miliardi per i farmaci - ricorda - per prima cosa mi hanno chiesto se volessi cambiare l’arredo”. La senatrice Garavaglia, assieme alle colleghe Armato e Pinotti, svela un retroscena nell’interrogazione: “Per prassi ogni sottosegretario, ministro, dirigente generale, arreda e struttura i propri uffici secondo criteri differenziati per livello di funzioni. Dovete intervenire!”.

Le Camere con parcheggio

Al consiglio di presidenza del Senato hanno problemi molto più seri da risolvere: deve archiviare anche due gare d’appalto im-pre-scin-di-bi-li. La più stravagante: “Fornitura di vestiario - per un periodo di cinque anni–per il personale della carriera ausiliaria”. La commessa è dettagliata: 470 uniformi, 1.685 camicie, 570 paia di scarpe, 4.455 paia di calze, 2.666 collant, 336 cravatte e 444 papillons. Mica roba da mercato, l’amministrazione si riserva la facoltà di ordinare “divise di gala” e stacca l’assegno di 1,2 milioni di euro. Il ministro Renato Brunetta vuole innovare, il Senato innova e qualcuno – la fortunata società che vincerà l’appalto di 10,44 milioni – dovrà stampare 60 milioni di pagine di documenti ufficiali per i prossimi tre anni. Facciamo due conti: 0,6 euro a pagina. Diranno: rilegata, timbrata e pure a colori. E se provi a fare domande al “servizio del provveditorato”, ti rispondono con trasparenza: “Telefonate al vice segretario generale di seconda fascia”. Un’entità sconosciuta ai centralini del Senato. E la Camera? Austerità: “Fa parte della maggioranza, ma non possiamo lamentarci del presidente Gianfanco Fini”, spiegano al Pd. Forse a lamentarsi saranno i non fumatori, per i 48 mila euro di manutenzione per le aree-ghetto. Le centinaia di migliaia di auto blu dovranno trovare un parcheggio? Ecco l’affitto di posti esclusivi per 1,6 milioni. Non sapremo come sarà la manovra, ma i deputati sapranno quando arriverà. Puntualissimi: a Montecitorio spendono 24 mila euro per far funzionare il “parco orologi”.

Da il Fatto Quotidiano del 29 maggio
fonte: http://antefatto.ilcannocchiale.it

venerdì 28 maggio 2010

Il tornante della storia



di Marco Cedolin

Ormai dagli anni 90 abbiamo iniziato ad entrare in confidenza con proclami che facendo leva sul sentimento di unità nazionale, imponevano sacrifici, duri ma necessari, tirate di cinghia dolorose ma non procastinabili, piccoli grandi "fioretti" da compiere necessariamente oggi, per stare meglio domani.

Prima si è trattato di un "castigo" volto a rifondere gli sperperi e la dissolutezza occorsi negli anni di tangentopoli. Poi di un tributo da pagare per la costruzione di una grande Europa che ci avrebbe consentito di giocare la parte del leone nell'economia stravolta dalla globalizzazione. Poi ancora di un investimento nel futuro, finalizzato alla creazione dell'euro, la moneta magica e definitiva in grado di farci vincere le sfide del nuovo millennio. Poi ancora di lacrime e sangue indispensabili per fare recuperare al nostro paese ed al suo sistema industriale la competitività perduta. Infine di quello che Giulio Tremonti molto pomposamente definisce un "tornante della storia" , necessario per salvare l'euro e la BCE, o se preferite per rispondere alle imperanti richieste dei mercati.

Il tornante della storia paventato da Tremonti altro non è che l'ultima puntata (o meglio il suo trailer) di una corsa del gambero ormai ventennale, nel corso della quale sempre più ampie risorse della collettività sono state alienate a favore del sistema finanziario e dell'economia di rapina ad esso correlata.

Creando progressivamente disoccupazione, riduzione del potere di acquisto di salari e pensioni, annientamento dei diritti, eliminazione di ogni prospettiva per le nuove generazioni.

Il tornante della storia attraverso il quale Tremonti, ligio alle direttive di Bruxelles più ancora che a quelle di partito dove serpeggia il terrore per la perdita dei consensi, tenterà di recuperare 24 miliardi di euro, ben sapendo che alla fine i miliardi dovranno essere almeno una sessantina, non spaventa per le misure contemplate nella manovra. Misure in larga parte confusionarie, raffazzonate, prive di qualsiasi visione in prospettiva e del tutto inadeguate ad ottenere i risultati prospettati.

E neppure spaventa per il fatto che la manovra, pur nascondendosi dietro una facciata populista che declama tagli agli emolumenti della classe politica e dei grandi manager, colpisca come sempre i soliti noti, aumentando di fatto la pressione fiscale e riducendo le prospettive occupazionali ed il potere di acquisto delle famiglie.

Il tornante della storia spaventa, poiché l’ennesima “mazzata” (di cui la manovra rappresenta solo una prima tranche) andrà a colpire un paese già in stato di profonda catatonia, assai lontano da quell’Italia in ripresa che non più tardi di un anno fa veniva “raccontata” sui giornali e in TV.
Un paese dove, a dispetto delle ridicole cifre fornite dall’Istat, un cittadino su due in età lavorativa non ha un lavoro degno di questo nome. Dove l’elenco delle imprese che chiudono i battenti ogni mese (gran parte delle quali per delocalizzare all’estero la produzione) somiglia per dimensioni a quello del telefono. Dove larga parte delle imprese che ancora restano in piedi o resistono alle sirene della delocalizzazione riescono a sopravvivere solo grazie al sussidio della cassa integrazione.
Dove milioni di giovani senza lavoro saranno costretti a vivere in famiglia a tempo indefinito, sperando che lo stipendio o la cassa integrazione dei genitori possano durare a lungo. Dove il piccolo commercio è stato da tempo annientato dalla grande distribuzione che adesso sta andando all’assalto degli ambulanti.

Dove la piccola impresa, strangolata dai mercati e dalle banche, è una categoria in via d’estinzione. Dove l’ammontare dei pignoramenti per insolvenza non viene reso noto, perché basterebbe esso solo a fiaccare ogni rigurgito di ottimismo.

Dietro al tornante non troveremo ad accoglierci altro che il precipizio e forse costituirebbe esercizio di eccessiva ingenuità sperare di riuscire a frenare in tempo, recuperando una qualche forma di sovranità monetaria, fermando l’emorragia della delocalizzazione, tentando di costruire prospettive occupazionali in nuovi settori magari legati alla riconversione industriale, trasferendo alle famiglie una parte della ricchezza indebitamente incamerata dai grandi poteri finanziari. Ma si tratterebbe comunque di un tentativo fondato sulla logica e con qualche prospettiva di successo.

Nella corsa del gambero prospettata da Tremonti non si manifesta alcuna volontà di frenare, via a tutta forza verso il burrone, entreremo probabilmente nella storia, ma come sempre dalla porta sbagliata.

Marco Cedolin

http://ilcorrosivo.blogspot.com/
http://marcocedolin.blogspot.com/
letto su: www.luogocomune.net

mercoledì 26 maggio 2010

Ritassare quelli dello scudo fiscale

26 maggio 2010

Le cose vanno male e, dice Gianni Letta, tutti sono chiamati a fare sacrifici. Perché, dunque, non rivolgersi a chi ha scudato i propri capitali chiedendo di versare un altro cinque per cento?

Adesso che il peggio è finalmente arrivato tutto torna a essere una questione di soldi. Tanti soldi. Per arginare un po’ la crisi e mettere una pezza ai conti dello Stato servono almeno 24 miliardi di euro. Il governo, per bocca del sottosegretario Gianni Letta, promette tagli e sacrifici per tutti. Pagheranno gli insegnanti e i genitori. Pagheranno i dipendenti pubblici. Alcuni stipendi saranno persino ridotti del 5 o del 10 per cento, mentre molti tra quelli che contavano di andare in pensione nei prossimi mesi non lo potranno fare. E così, anche se il premier Silvio Berlusconi assicura che non ci sarà “macelleria sociale”, sul tavolo restano i dati che crudamente indicano l’esatto contrario. Il sogno è finito. Il futuro degli italiani d’ora in poi è fatto solo di lacrime e sangue. Anche perchè il buco da ripianare, secondo molti osservatori, potrebbe presto ingrossarsi per toccare la cifra record di 50 miliardi di euro. Esiste un'alternativa a questo massacro? Si può evitare di andare a colpire ancora una volta quelli che il loro dovere col fisco lo hanno sempre fatto? Sì, si può. L’alternativa esiste. Ed è il contributo di solidarietà. Un contributo da richiedere ai più ricchi (e spesso più furbi) che nel giro di poche settimane permetterebbe all'erario di raccogliere 15 miliardi, senza modificare significativamente il tenore di vita di chi si ritroverà a pagare.

I conti sono presto fatti. L'ultimo scudo fiscale ha permesso a migliaia di evasori di regolarizzare anonimamente le loro posizioni versando allo Stato il 5 per cento dei patrimoni nascosti all'estero (100 miliardi). Così nel 2009 in cassa sono entrati circa 5 miliardi di euro. Visto che le cose vanno male e che tutti, dice Gianni Letta, sono chiamati a fare sacrifici perché, dunque, non rivolgersi a chi ha scudato i propri capitali chiedendo loro di versare un altro cinque per cento? Conosciamo le obiezioni. Ma come? La legge lo impedisce: lo Stato si è impegnato in un condono tombale, come può dopo soli pochi mesi rimangiarsi la parola? Semplice, lo fa. Esattamente come lo farà con gli insegnanti, i dipendenti pubblici, gli enti locali e tutti coloro i quali fino a ieri pensavano di aver maturato dei diritti che invece oggi, per far fronte alla crisi, verranno loro negati. Benché segreti gli elenchi nominativi degli evasori infatti esistono.

Per ricostruirli, spiega al Fatto Quotidiano una fonte qualificata di Banca d'Italia, basta rivolgersi agli istituti di credito utilizzati per scudare i patrimoni. In questo modo il contributo di solidarietà porterà a recuperare 5 miliardi. E gli altri 10? Anche qui la soluzione (se solo la si volesse adottare) c'è. E si chiama contributo di solidarietà sui grandi patrimoni familiari. A lanciare l'idea (con nessuna fortuna) era stato più di un anno fa, Giulio Santagata, l'ex ministro per l'Attuazione del programma del governo Prodi. Adesso però quella proposta va riesaminata con attenzione, visto che questa sorta di tassa patrimoniale una tantum non vuol dire prelevare denaro dalle tasche di tutti i cittadini, o colpire i semplici proprietari di un appartamento o di un pezzo di terra. Ma solo chiedere, come già accade in altri Paesi, a chi è più ricco di dare una piccola mano a chi sta peggio.

Vediamo come: in Italia la ricchezza delle famiglie ammonta, secondo Banca d'Italia, a 8000 miliardi di euro. Il 10 per cento di esse ha però in mano il 50 per cento del tesoro (oltre 4000 miliardi). È lì che bisogna andare a trovare i soldi. Ovviamente non dovranno essere tassati i beni produttivi, non si pagheranno cioè imposte sulla proprietà delle imprese. A essere tassato sarà invece il resto. E, visto che solo l'8 per cento di quei 4000 miliardi è ricollegabile all'attività d'impresa, la base imponibile (cioè il pezzo di tesoro sul quale il fisco può intervenire) toccherebbe i 3500 miliardi. Non tutti i proprietari comunque dovrebbero mettere mano al portafogli. L'idea è che il prelievo scatti solo a carico di chi possiede immobili, terreni, liquidi e titoli per più di 5 milioni di euro. Fatti due conti si scopre così che basterebbe un intervento del 3 per mille per far incamerare allo Stato 10 miliardi. Sarebbe impopolare un contributo di solidarietà del genere? No, perché riguarderebbe solo un parte minima della popolazione. Che, oltretutto, non verrebbe particolarmente vessata.

Il 3 per mille di 5 milioni (pari a quattro grandi appartamenti nel centro di Milano o Roma) equivale infatti a 15 mila euro. Per questo alle opposizioni spetta ora il compito di spiegare che un’alternativa alla macelleria sociale esiste. Mentre il centro-destra dovrebbe cominciare a riflettere su un punto: la sua base elettorale è ormai vastissima. Non comprende solo i super-ricchi e gli evasori. La stragrande maggioranza dei supporter del Cavaliere (e della Lega) è formata da persone comuni, con redditi e stili di vita normali. Tutta gente che adesso si sta risvegliando dal sogno. Per ritrovarsi in un incubo in cui, prima o poi, finirà per trascinare anche il governo.

Da il Fatto Quotidiano del 26 maggio
fonte: http://antefatto.ilcannocchiale.it/

lunedì 10 maggio 2010

25 MILIARDI DI CALCI IN BOCCA

DI CARLO BERTANI
carlobertani.blogspot.com


E’ stata passata come una noterella a margine del gran tourbillon greco, un modesto “aggiustamento” dei conti pubblici italiani – se s’ha da fare, si fa… – perché la crisi…i conti…la congiuntura economica…il riequilibrio…l’Europa…le agenzie di rating…
Ma sono 25 miliardi di euro. Forse, il numero “50.000 miliardi di lire” farebbe più effetto, ma oramai non si può più ragionare in lire: troppo diverso il potere d’acquisto reale, le retribuzioni, la struttura stessa della società italiana, ecc.
Il piccolo numeretto, però, è una di quelle quantità che mettono i brividi.

Tremonti, si sa, vive nel suo studio e, calcolatrice alla mano, dovrà cercare di far quadrare conti che non hanno più quadratura perché è considerato da Berlusconi soltanto un “magico contabile”, colui che in qualche modo dovrà rimettere le cose a posto. Che non ha, però, voce in politica, ossia nella programmazione economica del Paese, nelle scelte che contano: fai bene i conti e taci, più volte Berlusconi ha ammesso che Tremonti lo “infastidisce” con il suo rigore, però non ne può fare a meno.

Qui, appare in tutta la sua tragicità il limite dell’uomo di Arcore: vede l’Italia soltanto come un’azienda. Basta mettere gli uomini giusti nei settori chiave dell’amministrazione, poi il business va avanti da solo: troppi anni, trascorsi in una posizione di privilegio – quasi un monopolista, sin dai tempi di Craxi e dei vari “decreti Berlusconi” per favorirlo – lo hanno forgiato a credere che la gestione dello Stato sia solo una questione di bilancio (da affidare, appunto, all’uomo “dei conti”) per dedicarsi alla conquista del suo “azionariato” elettorale.
Il solito pudding di sondaggi, numeri, affermazioni…la politica è soltanto una ricerca di mercato, nient’altro, l’Italia una S.p.A. (che dovrà, prima o dopo, portare i libri contabili in Tribunale).

Così, Giulio Tremonti si è trovato – solo – ad affrontare l’audizione parlamentare nella quale doveva comunicare ai deputati quali fossero le sue linee d’intervento per risolvere il problema: a dire il vero, era in “scarsa compagnia”, giacché ad ascoltarlo c’erano soltanto 58 deputati, meno del 10%.
C’è stato un possente clamore su tutti i media per quel disinteresse, quel fregarsene di comunicazioni così importanti e decisive per il futuro del Paese: ai più – anche se il momento, solo per la sua gravità, avrebbe richiesto almeno una presenza per “educazione istituzionale” – è sfuggita la vera ragione di quelle assenze.
In realtà, Tremonti poco aveva da dire, poco ha detto e poco ha lasciato intendere: la solita solfa che tutto è a posto…il consueto sciorinare dati sul futuro (che, poi, se saranno diversi…chi lo ricorderà?)…l’inflazione sotto controllo (e chi compra più niente, con i chiari di luna che ci sono?)…la pressione fiscale che scenderà (per salire quella degli enti periferici): insomma, non proprio un “tutto va bene, madama la marchesa”, ma solo “qualcosa va, dove non si sa, ma va.” Il che, non ha proprio sollecitato i parlamentari (che già sapevano) a correre ad ascoltarlo.

Quei 25 miliardi di euro, che Tremonti dovrà far saltar fuori in un biennio – l’1,6% del PIL – ci sembrano, però, una goccia che può far tracimare il vaso delle sempre più fibrillante politica nazionale. Perché non sono una “goccia”, sono in realtà un bicchiere bello colmo, che dovrà scovare in un panorama economico asfittico per varie ragioni.

La prima – e più importante – è la mancanza di una politica economica: per Berlusconi, i vari Ministri sono soltanto dei prestatori d’opera. Fissato un obiettivo e stabilita la prassi per raggiungerlo, il compito dei vari Scajola, Brunetta, Matteoli e via discorrendo è soltanto quello di rispettare i vincoli di bilancio imposti da Tremonti e di fornire un quadro che sia spacciabile, sotto l’aspetto pubblicitario, come il meglio su piazza. Ancora l’impostazione aziendale.

La seconda è di natura internazionale: Silvio Berlusconi ha cercato più “sponde” in politica internazionale, quando ha compreso che l’avvento di Obama gli avrebbe precluso quella “familiarità” della quale godeva con la precedente amministrazione. Addirittura la provocazione di Gheddafi.
Vorrei precisare che fui fra i primi a porre dei dubbi sulla “rivoluzionaria” figura di Obama, e questo in tempi non sospetti: lo raccontavo il 6 Gennaio del 2008, quando era ancora in corsa per la presidenza la Clinton in “Uomo della Provvidenza o Cavallo di Troia?” [1]
Oggi, l’attacco all’Europa di Obama (le modalità dello stesso sono irrilevanti: le servili agenzie di rating, le vendute burocrazie europee, ecc) si è materializzato colpendo, ovviamente, gli “anelli deboli” ed è riuscito a riportare l’euro ad un cambio intorno ad 1,25 – ossia a quello che già avevo indicato nel 2003 in “Europa svegliati!” [2] – come un rapporto credibile di cambio che teneva conto delle reali potenzialità e differenze fra le due aree economiche.

Soprattutto – e qui bisogna “tirare le orecchie” ai fautori dei “numeri” come soli indicatori economici – per il diverso approccio al risparmio fra i due continenti: il dato che più faceva (e fa) paura negli USA è l’inveterata tendenza a spendere più di quel che si ha. Altro che risparmiare.
Alla lunga, il meccanismo – così ben “oliato” dal sistema statunitense delle carte di credito, del “think pink”, della pubblicità osannante, del “sogno americano” da realizzare ad ogni costo, ecc… – si è rivelato una trappola irta d’aculei, che ha obbligato il sistema a creare quel mostro dei mutui truccati. Sostanzialmente, un modo per creare ricchezza dal nulla e far pagare, dopo, lo scotto alla collettività planetaria, come avevo indicato nel Settembre del 2008 ne “Il crepuscolo degli Dei” [3].
Il mutato rapporto di cambio allontanerà, per gli USA, lo spettro della concorrenza dell’euro come moneta per gli scambi internazionali: ho assistito in silenzio, per anni, a tanti sproloqui su fantomatiche nuove monete e nuovi assetti “mondialisti”. Oggi, questa crisi riporta in auge la realtà: gli USA sono ancora i padroni del Pianeta e lo saranno ancora per molto, seppur in una inevitabile fase calante. Ricordiamo il discorso d’insediamento di Obama: “Noi non negozieremo mai il nostro stile di vita”. Lo negozino, per noi, i greci, che hanno un debito risibile, pochi spiccioli se confrontati con la voragine statunitense.

Non ci sarà, inoltre, nessun (o scarsissimo) vantaggio dalla svalutazione dell’euro per l’economia europea (e, soprattutto, italiana), giacché una svalutazione del 15-20% non intacca minimamente le potenzialità della Cina e delle economie asiatiche nella produzione dei beni di consumo: anche con l’euro ad 1,25 sul dollaro, nessuno può sognarsi di fare concorrenza a chi vende un computer per 100 dollari (o meno).
Se, un tempo, una svalutazione dell’euro avrebbe favorito le merci europee negli USA, oggi dobbiamo riflettere che la gran parte della popolazione americana non ha nemmeno più gli occhi per piangere. Figuriamoci entrare all’emporio Armani o pasteggiare con il Brunello.
Qualche chance in più l’avrà chi produce la nuova tecnologia energetica – in Europa, soprattutto la Germania – mentre l’Italia, con i suoi “sogni nucleari”, è e rimane al palo nonostante la generosa creatività dei suoi ricercatori e dei suoi ingegneri.
L’unica vera differenza la scopriremo ai distributori di carburanti i quali, anche con il petrolio in calo, acquisteranno in dollari e ci presenteranno il conto in euro svalutati.

Ritornando a bomba, su quei 25 miliardi che Tremonti dovrà far saltare fuori dal cappello nei prossimi due anni, possiamo concludere che non ci sono concrete speranze di un’inversione di tendenza per l’economia reale italiana, ossia di una sua maggiore affermazione sui mercati mondiali. Da noi, si chiude perché gli archibugi non interessano più a nessuno e sul piano internazionale non godiamo di grandi appoggi: Russia a parte, ma vatti a fidare di Putin.
Questa è l’economia reale italiana, un luogo dove le aziende chiudono per la mancanza di una vera politica economica, per il passo “stratosferico” raggiunto dalla commistione fra i boiardi di Stato e la classe politica: la nota vicenda legata a Bertolaso, Anemone e Scajola è sintomatica per comprendere il fenomeno non tanto sotto l’aspetto delle corruttele, quanto sulla negazione e sottovalutazione degli aspetti dell’economia reale.

Insomma, se con qualche tangente e qualche “massaggio” riesco a costruire tot metri cubi, pur pagando le dovute tangenti, in fondo ho incrementato il PIL…che male ho fatto?
Ho, praticamente, costruito sulle sabbie mobili, poiché quei milioni di metri cubi di cemento non costituiscono niente sotto l’aspetto della reale politica economica: sono, soltanto, l’estremo tentativo di rimediare alla sua mancanza “drogando” il PIL con una “iniezione” di cemento. Un embolo assicurato: se non ci credete, leggete “La guerra di Cementland” [4].
Come ben sappiamo, servono poi i “supporti” per addolcire la pillola: la stampa, l’informazione diventa il luogo dove – ad ogni inizio d’anno – s’ammansiscono previsioni rosee [5] sull’economia e sulle esportazioni per poi, quando giungono i dati reali (e basta con queste previsioni! Ci azzeccava di più Nostradamus!), certificare il fallimento delle “scientifiche” previsioni. [6]

La crisi economica, data per “finita” un po’ troppo presto, sta oggi mostrando i suoi effetti sui conti pubblici: un miliardo in meno d’entrate tributarie nel solo primo trimestre del 2010! [7]
Le domande che ci poniamo sono: dove troverà Tremonti quella montagna di soldi? Sarà lui a doverli trovare? Per una simile operazione, dovranno anche cambiare capoccia? Riusciremo a scapolare il “rischio Grecia”?

Per comprendere la gravità della situazione, riflettiamo che la cosiddetta “riforma Gelmini” – in realtà una serie di tagli concordati da Tremonti e Brunetta e controfirmati dalla neo-mamma, che darà il colpo finale alla scuola italiana – prevede 7,8 miliardi di “risparmi”. Sì, ma in cinque anni.
Fu pianificata per bilanciare l’abolizione dell’ICI per i redditi più elevati (per una fascia più bassa già l’aveva eliminata Prodi): questo, per dire che quei soldi sono già previsti a bilancio, così come i proventi della “tassa sulla malattia” – a nostro avviso incostituzionale: opposizione, dove sei? – imposta ai pubblici dipendenti, un introito che s’aggira sul miliardo l’anno. Già, ma questo è il passato.

Vorrei segnalare ai lettori queste premesse, poiché è difficile pensare ad ulteriori “suzioni” dai pubblici dipendenti: la ragione non è da ricercare in un improvviso afflato d’amore di Brunetta per i suoi “dipendenti”, quanto per i riflessi che avrebbe sulla domanda interna, già al lumicino. Potranno sì aggiungere qualche “taglio”, ma nulla che sia significativo per quella montagna di soldi da scovare.
In Grecia, da un paio di mesi, hanno iniziato a “sforbiciare” le pensioni, operando in modo proporzionale: circa 200 euro – tanto per capire l’ordine di grandezza – su pensioni medio-alte. E’ percorribile, in Italia, una simile proposta?
Teoricamente sì, praticamente farebbe saltare il banco: è prassi consolidata, in Italia, che le pensioni non si toccano. Perché? Poiché nessuno – in un quadro dove un (qualsiasi) governo è votato da circa 30 italiani su 100 – può permettersi un simile azzardo, farebbe “impazzire” quella base elettorale consolidata che è l’unica ancora fedele alla politica. Un patto di ferro: tu non tocchi e noi votiamo, difatti le punte d’assenteismo sono fra i giovani.

Altro, possibile scenario, è compiere quella “riforma” che Prodi annunciò – e che gli fece perdere milioni di voti – ossia portare la tassazione sulle rendite (vari buoni: BOT, CCT, Poste, ecc) dal 12% al 20% com’è nel resto d’Europa.
Anche qui, però, ci sarebbe da attendersi una “rivoluzione elettorale”, poiché i possessori di questi titoli sono dispersi fra la popolazione, ricca o meno, Nord e Sud, destra e sinistra. Difatti, Prodi rinunciò.
Per la stessa ragione, non si può fare un’altra controriforma delle pensioni, poiché non è possibile farne una ogni due o tre anni. Già c’è l’accordo – felicemente controfirmato da UIL e CISL, grandi difensori dei lavoratori! – per legare l’età della pensione all’aspettativa di vita! E poi, questo vale solo per una parte dei lavoratori: i giovani non hanno quasi più accantonamenti pensionistici!

Insomma, sul piano degli interventi “politici” c’è oramai poco da raschiare senza compromettere la propria base elettorale: Berlusconi mai farà pagare le tasse a chi non le paga, mai farà una seria riforma degli Studi di Settore, poiché il “popolo delle partite IVA” è il nocciolo duro del suo elettorato (e della Lega).
In egual modo, è improbabile un intervento sui dipendenti privati (soprattutto gli operai) poiché la Lega ha oramai in pugno l’elettorato che fu del PCI, mentre l’attuale “maretta” fra Fini, parecchi ex AN e Berlusconi riguarda proprio il “trattamento” riservato da Brunetta ad una consistente parte della base elettorale che fu di AN, ossia il pubblico impiego, soprattutto al Sud.

Più probabili degli interventi di tipo finanziario: già nella scorsa Finanziaria, ci fu il prelievo di 3,5 miliardi di euro dal fondo TFR dell’INPS per destinarli alla spesa corrente. Attenzione, alla spesa corrente, non in quella in conto capitale: cosa mai avvenuta in passato.
Questo è un precedente importante, poiché potrebbe schiudere la via ad interventi sulle altre casse previdenziali (INPDAP, ad esempio, ma anche altre) oppure sulla Cassa Depositi e Prestiti, che è finanziata in larga parte con il risparmio postale. La trasformazione delle Poste, da sistema di trasporto a banca, non è stata casuale.
Giocando, come le banche, sulla certezza che solo una piccola parte del denaro depositato viene movimentato, qualcuno potrebbe pensare d’impadronirsi – ovviamente come “prestito” – dei soldi depositati sui libretti postali. Una sorta di consolidamento del debito. E, una vocina che vaga per l’aria, ci dice che Tremonti ci sta meditando.
D’altro canto, la nomina di Massimo Varazzani alla presidenza dell’ente, portò proprio il suggello di Tremonti [8].

Un simile intervento, però, sarebbe di ben altro livello rispetto alla consueta prassi della Cassa – i soldi prestati ad Alemanno per Roma vengono da lì, ma sono centinaia di milioni, non decine di miliardi – e potrebbe ingenerare qualche “mal di pancia” se non, addirittura, la fine di quella “cassa a basso costo” che da sempre è la Cassa Depositi e Prestiti.
C’è sempre, inoltre, la dismissione e la vendita ai privati del patrimonio immobiliare degli Enti Locali e dello Stato (il precedente governo, già s’era “mangiato” quello militare): anche qui, però, il “passaggio” rivela alcune “strettoie”.
Ammesso e non concesso che possa essere “cartolarizzato” quel patrimonio – giungeremo a venderci la Fontana di Trevi? – le operazioni di privatizzazione, in Italia, ben sappiamo che vanno ad arricchire i soliti noti e portano solo le briciole nel bilancio. Quando, addirittura, un Ministro si dimette “per capire chi gli ha dato 900.000 euro per comprar casa” c’è da fidarsi, come no.

In definitiva, ciò che Tremonti ha in mente è probabilmente un piano finanziario su due fronti: Cassa Depositi e Prestiti e patrimonio immobiliare, sempre che la frittata riesca con il buco e senza sporcar troppo la cucina.
E qualora la frittata finisse a terra?
Beh, in quel caso sarebbe il Governo a farne le spese, inevitabilmente, perché sarebbe necessario “toccare” quei settori di cui sopra, che scatenerebbero l’anarchia elettorale.

Una piccola voce che mi colpì, nella disfida fra Berlusconi e Fini, fu l’invito alla prudenza che Gianni Letta – del premiato studio associato “Letta&Letta” – quasi accoratamente rivolse a Berlusconi.
Attenzione – disse Letta – non sottovalutare che, proprio in questi giorni, Luca di Montezemolo ha abbandonato la presidenza della FIAT e non ha più incarichi rilevanti in Confindustria. Come a dire: occhio, che quello – da domani – è libero battitore.
Quella notiziola, potrebbe rappresentare le fondamenta per un “piano B”, che veda il “banco” saltare e salire al potere i veri “uomini forti” della finanza internazionale. I quali, a dire il vero, non amano molto calcare il proscenio ma, se le condizioni fossero disperate, partirebbero anch’essi per la guerra.

Insomma, il solito governo tecnico presieduto dal Montezemolo, con Draghi – magari Tremonti a fare il contabile, in fondo è un uomo per tutte e stagioni – e tutti i corifei in crisi d’astinenza di potere, da Fini a Di Pietro. In fondo, non ci vorrebbe molto: con uno scandalo il giorno, si sopravvive male e poco, e se Berluskaiser si fa le leggi per sopravvivere, gli farebbero il vuoto intorno. Già le prossime puntate del reality “Bertolaso & Co.” s’appressano.
Quale delle due soluzioni?

In realtà, sono soltanto susseguenti l’una all’altra, inevitabilmente.
Gli interventi del “Piano A” di Tremonti sono, sostanzialmente, la solita politica di posticipare i guai al giorno dopo, nella speranza che arrivi qualche “miracolo economico” che nemmeno Dio sceso in terra potrebbe realizzare.
L’intera economia europea ed americana sono al lumicino – questo è il vero dato di fondo – e questi mezzucci sono ciò che possiedono e propongono gli omuncoli politici, dal FMI alla BCE, da Obama alla Commissione Europea: figuriamoci cosa può fare la servitù degli omuncoli, ossia la casta politica italiana.
Perciò, il governo tecnico “castigamatti” è la certezza: nel tempo, non ci sono altre soluzioni.

Non vogliamo nemmeno entrare nella noiosa disquisizione della serie “sarebbe possibile se nuove forze politiche…”, eccetera, eccetera: non esiste nessun “Piano C”, soprattutto perché quelli che potrebbero proporlo non hanno voce in capitolo, cioè noi.
Perciò, accomodiamoci ancora una volta di fronte al PC od alla TV per seguire l’ennesima puntata del “reality Italia”: al minimo, avremo qualcosa da discutere al bar.

PS. Un una notizia appare a ciel sereno: il parco automezzi dello Stato e delle Amministrazioni – le cosiddette “auto blu” – pesa ogni anno per 18 miliardi sui bilanci pubblici, giacché abbiamo 574.215 automezzi per il diletto dei nostri amati governanti et similia. Siamo i primi al mondo: gli Stati Uniti sono secondi con 73.000 auto blu, seguiti da Francia (65.000), Regno Unito (58.000), Germania (54.000), Turchia (51.000), Spagna (44.000), Giappone (35.000), Grecia (34.000) e Portogallo (23.000) [9]. Basterebbe portarci al livello della Francia per ridurre praticamente ad un decimo quelle spese, così con 2 miliardi l’anno manderemmo in giro solo quelli che lo meritano. E con i restanti 16 miliardi?
Beh, tolti i 12,5 miliardi per i conti pubblici, gli altri 3,5 miliardi li destinerei ad un reddito di cittadinanza (o disoccupazione, od altro) per la parte meno abbiente della popolazione: 300 euro il mese per 12 mesi per quasi un milione d’italiani. Sarebbero pochi, ma sempre meglio che 25 miliardi di calci in bocca.

Già, ma questo farebbe parte le “Piano C”: ditelo piano, bisbigliando, non s’ha da sapere.

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2010/05/25-miliardi-di-calci-in-bocca.html
9.05.2010

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.


[1] Vedi: http://carlobertani.blogspot.com/2008/01/uomo-della-provvidenza-o-cavallo-di.html
[2] Carlo Bertani – Europa Svegliati! – Malatempora – Roma – 2003.
[3] Vedi: http://carlobertani.blogspot.com/2008/09/il-crepuscolo-degli-dei.html
[4] Vedi : http://carlobertani.blogspot.com/2010/02/la-guerra-di-cementland.html
[5] Fonte : http://www.businessonline.it/news/8246/Esportazioni-italiane-le-nazioni-emergenti-le-supereranno-nel-primo-trimestre-2009.html
[6] Fonte: http://www.businessonline.it/news/9544/Esportazioni-in-Italia-nel-2009-fatturato-dati-e-statistiche-Crolla-il-Made-in-Italy%20.html
[7] Fonte: http://www.repubblica.it/economia/2010/05/07/news/fisco_a_marzo_il_calo_degli_occupati_riduce_le_entrate_contributive_dello_0_6_-3890321/
[8] Fonte: http://www.adusbef.it/consultazione.asp?Id=6848&T=A
[9] Fonte: http://blog.panorama.it/autoemoto/2007/05/21/record-negativi-litalia-prima-nelle-auto-blu/