1 giugno 2010
Enti culturali - Ecco una delle principali modifiche al testo finale del decreto della manovra: è saltata, dopo l’intervento del presidente Napolitano: la lista degli enti culturali e storici per i quali era previsto un ridimensionamento dei finanziamenti. I fondi vengono comunque “ridotti del 50 per cento rispetto al 2009”. La norma coinvolge i ministeri competenti: “Al fine di procedere a razionalizzazione e riordino delle modalità con le quali lo Stato concorre al finanziamento dei predetti enti – è scritto nel testo – i ministri competenti con decreto da emanare entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto stabiliscono il riparto delle risorse disponibili.
Province - Tra gli aspetti più discussi della Finanziaria c’è l’accorpamento delle province. Nelle bozze del decreto legge si prevedeva l’accorpamento delle amministrazioni provinciali con meno di 220 mila abitanti. Tutti i commi dedicati alle province sono saltati nella versione definitiva del decreto legge: segno che non ci sarà nessuna soppressione delle micro province. Aumentano continuamente anche i micro comuni: nel 1951 erano 7810, oggi ne abbiamo 8101. Solo in Lombardia ci sono 1546 comuni, 146 dei quali sono sotto i mille abitanti. L’aumento (costoso) degli organismi comunali e provinciali è in decisa controtendenza rispetto al resto d’Europa.
Turisti a Roma - Nel testo definitivo della manovra si conferma quanto trapelato nei giorni scorsi, cioè che verrà richiesto un contributo di soggiorno a tutti i turisti che visiteranno la capitale. Nel decreto legge, alla voce “Roma Capitale”, si prescrive infatti che si debbano versare “fino all’importo massimo di 10 euro per notte”. Anche se, a quanto si apprende, la cifra completa di 10 euro la pagherà solo chi spenderà più di 300 euro a notte. Saranno invece esentati pensioni e bed&breakfast. A Roma questa tassa si pagherà a partire dal 2011. Inoltre è prevista la “maggiorazione, fino al 3 per mille, dell’Ici sulle abitazioni diverse dalla prima casa, tenute a disposizione”.
I soldi europei - Per quanto riguarda i fondi europei per le aree sottosviluppate, si era in un primo tempo ipotizzato che potessero essere gestiti direttamente da Palazzo Chigi. Invece i fondi Fas rimarranno di competenza del ministero dello Sviluppo economico, pur prevedendo una ricognizione che in 60 giorni dovrà essere fatta con decreto del presidente del Consiglio di concerto con i ministri dell’Economia e dello Sviluppo. “Le risorse del fondo per le aree sottoutilizzate restano nello stato di previsione del ministero dello Sviluppo economico. Restano ferme le funzioni di controllo e monitoraggio della Ragioneria generale dello Stato. Viene poi trasferita al ministero dello Sviluppo la vigilanza sul “Comitato Nazionale permanente per il microcredito”.
Inail e Inps - Resta nel testo finale della manovra la modifica degli enti previdenziali, già prevista nelle bozze. Il decreto legge prevede infatti l’accorpamento degli enti a Inail e Inps. Vengono cancellati anche Isae e l’Ente italiano della Montagna, che finiscono nei rispettivi ministeri di competenza. In particolare – come è scritto nell’articolo 7 della Finanziaria – l’Ipsema e l’Ispesl vedranno passare le funzioni all’Inail; l’Ipost all’Inps. Vengono soppressi anche l’istituto affari sociali, le cui funzioni passano all’Isfol e l’Enappsmasad, cioè l’ente nazionale di assistenza e previdenza per i pittori e scultori, musicisti, scrittori e autori drammatici che passa all’Enpals.
Da il Fatto Quotidiano dell'1 giugno
fonte: http://antefatto.ilcannocchiale.it
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martedì 1 giugno 2010
venerdì 28 maggio 2010
Il tornante della storia
di Marco Cedolin
Ormai dagli anni 90 abbiamo iniziato ad entrare in confidenza con proclami che facendo leva sul sentimento di unità nazionale, imponevano sacrifici, duri ma necessari, tirate di cinghia dolorose ma non procastinabili, piccoli grandi "fioretti" da compiere necessariamente oggi, per stare meglio domani.
Prima si è trattato di un "castigo" volto a rifondere gli sperperi e la dissolutezza occorsi negli anni di tangentopoli. Poi di un tributo da pagare per la costruzione di una grande Europa che ci avrebbe consentito di giocare la parte del leone nell'economia stravolta dalla globalizzazione. Poi ancora di un investimento nel futuro, finalizzato alla creazione dell'euro, la moneta magica e definitiva in grado di farci vincere le sfide del nuovo millennio. Poi ancora di lacrime e sangue indispensabili per fare recuperare al nostro paese ed al suo sistema industriale la competitività perduta. Infine di quello che Giulio Tremonti molto pomposamente definisce un "tornante della storia" , necessario per salvare l'euro e la BCE, o se preferite per rispondere alle imperanti richieste dei mercati.
Il tornante della storia paventato da Tremonti altro non è che l'ultima puntata (o meglio il suo trailer) di una corsa del gambero ormai ventennale, nel corso della quale sempre più ampie risorse della collettività sono state alienate a favore del sistema finanziario e dell'economia di rapina ad esso correlata.
Creando progressivamente disoccupazione, riduzione del potere di acquisto di salari e pensioni, annientamento dei diritti, eliminazione di ogni prospettiva per le nuove generazioni.
Il tornante della storia attraverso il quale Tremonti, ligio alle direttive di Bruxelles più ancora che a quelle di partito dove serpeggia il terrore per la perdita dei consensi, tenterà di recuperare 24 miliardi di euro, ben sapendo che alla fine i miliardi dovranno essere almeno una sessantina, non spaventa per le misure contemplate nella manovra. Misure in larga parte confusionarie, raffazzonate, prive di qualsiasi visione in prospettiva e del tutto inadeguate ad ottenere i risultati prospettati.
E neppure spaventa per il fatto che la manovra, pur nascondendosi dietro una facciata populista che declama tagli agli emolumenti della classe politica e dei grandi manager, colpisca come sempre i soliti noti, aumentando di fatto la pressione fiscale e riducendo le prospettive occupazionali ed il potere di acquisto delle famiglie.
Il tornante della storia spaventa, poiché l’ennesima “mazzata” (di cui la manovra rappresenta solo una prima tranche) andrà a colpire un paese già in stato di profonda catatonia, assai lontano da quell’Italia in ripresa che non più tardi di un anno fa veniva “raccontata” sui giornali e in TV.
Un paese dove, a dispetto delle ridicole cifre fornite dall’Istat, un cittadino su due in età lavorativa non ha un lavoro degno di questo nome. Dove l’elenco delle imprese che chiudono i battenti ogni mese (gran parte delle quali per delocalizzare all’estero la produzione) somiglia per dimensioni a quello del telefono. Dove larga parte delle imprese che ancora restano in piedi o resistono alle sirene della delocalizzazione riescono a sopravvivere solo grazie al sussidio della cassa integrazione.
Dove milioni di giovani senza lavoro saranno costretti a vivere in famiglia a tempo indefinito, sperando che lo stipendio o la cassa integrazione dei genitori possano durare a lungo. Dove il piccolo commercio è stato da tempo annientato dalla grande distribuzione che adesso sta andando all’assalto degli ambulanti.
Dove la piccola impresa, strangolata dai mercati e dalle banche, è una categoria in via d’estinzione. Dove l’ammontare dei pignoramenti per insolvenza non viene reso noto, perché basterebbe esso solo a fiaccare ogni rigurgito di ottimismo.
Dietro al tornante non troveremo ad accoglierci altro che il precipizio e forse costituirebbe esercizio di eccessiva ingenuità sperare di riuscire a frenare in tempo, recuperando una qualche forma di sovranità monetaria, fermando l’emorragia della delocalizzazione, tentando di costruire prospettive occupazionali in nuovi settori magari legati alla riconversione industriale, trasferendo alle famiglie una parte della ricchezza indebitamente incamerata dai grandi poteri finanziari. Ma si tratterebbe comunque di un tentativo fondato sulla logica e con qualche prospettiva di successo.
Nella corsa del gambero prospettata da Tremonti non si manifesta alcuna volontà di frenare, via a tutta forza verso il burrone, entreremo probabilmente nella storia, ma come sempre dalla porta sbagliata.
Marco Cedolin
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lunedì 10 maggio 2010
Ecofin, i risultati - E ORA CHI PAGA?
Di FELICE CAPRETTA
informazionescorretta.blogspot.com
Euforiche le borse mentre scriviamo rimbalzano tutte in area positiva.
Il comportamento ricorda il paziente maniaco-depressivo, probabilmente non a caso.
Le borse stanno rimbalzando perchè ieri, nel cuore della notte e dopo 14 ore di riunione, l’Ecofin ha partorito le misure di salvataggio della zona euro.
Si tratta di poco più che una grida manzoniana.
Il programma di salvataggio vale 720 MLD EUR, praticamente un trilione di dollari.
Anche se...guardando nel dettaglio la decisione dell’Ecofin, ci ricorda improvvisamente di qualcosa di già visto su due fronti: da una parte, ricorda molto da vicino il TARP di Hank Paulson, ex Goldman Sachs, all’indomani del crollo di Lehman Brothers. Dall’altra, ci ricorda il salvataggio in extremis delle sponde greche fatto dall’Unione Europea.
Si tratta in pratica dell’impegno da parte degli stati a sborsare 440 MLD EUR, più 220 MLD EUR da parte del FMI, più qualcosina dalla Commissione Europea. Più, l’impegno della BCE ad acquistare titoli di stato dei paesi in difficoltà.
Tre cose:
1) Gli accordi sono da definire, come per la Grecia, su base bilaterale.
Vale a dire che, se il Portogallo affonda, ci saranno Italia e Germania e Francia etc che presteranno soldi al Portogallo. Non c’e’ una istituzione o un fondo unico che si occupa dell’erogazione degli aiuti.
Fortunatamente non ci sarà, dunque, un altro capobastone con un enorme potere che esercita con i soldi dei cittadini europei.
Questo, per contro, è foriero di una generalizzata lentezza di erogazione dei salvataggi in caso di necessità (mettete daccordo 8 stati, se ci riuscite). Se credete nell’euro, questa lentezza di risposta è uno svantaggio. Se non credete nell’euro, è un vantaggio.
2) E ora, chi paga?
Il più grosso dubbio che ci attanaglia è il solito: visto che nessuno ha spiegato da dove spunteranno questi 440 e passa mila miliardi di euro, dobbiamo presumere che arriveranno da altro debito. La qual cosa, come ormai sappiamo, consiste nel scavare una buca più grande per coprire una buca più piccola.
Prima o poi tutti i nodi vengono al pettine.
3) E ora, chi stampa?
La BCE, contravvenendo al principio del Trattato che sancisce la proibizione di prestiti dalla BCE agli Stati Membri, si impegna ad acquistare titoli di stato e obbligazioni dagli stati e dalle aziende a rischio dell’eurozona.
Il che ci riconduce all’affermazione precedente: e ora, chi paga?
La BCE percorre la folle strada già percorsa dalla Fed di Bernanke: stampare denaro, tanto denaro. Che tanto, finchè l’economia rallenta e va in deflazione e le banche non prestano, non c’e’ il rischio di avere immediatamente iperinflazione.
E’ così, è la solita ricetta già vista.
Un’economia affossata dal debito, in crisi di debito, a cui viene addossato altro debito. Solo un modo per rimandare in là di qualche ora cio’ che è inevitabile, e peggiorare ed ingigantire il botto finale o la lunga discesa senza freni.
I mercati festeggiano l’Unione che rimette nel congelatore la cena già decotta, congelata nel 2008, scongelata più volte passando per Dubai, e poi ricongelata, infine scongelata settimana scorsa con un odore di marcio che non si sa.
Mai ricongelare una cosa scongelata, lo diceva sempre la mamma.
Perchè nel frattempo continua a marcire, e quando si scongela è da buttare.
Certo, mentre è lì nel freezer sembra normale.
Fino a quando non si scongela di nuovo
Fino a quando la corrente non salta.
Fino a quando...
Fino a quando...
Finchè dura.
Saluti felici
Felice Capretta
Fonte: http://informazionescorretta.blogspot.com
Link: http://informazionescorretta.blogspot.com/2010/05/euforiche-le-borse-mentre-scriviamo.html
10.05.2010
www.comedonchisciotte.org
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25 MILIARDI DI CALCI IN BOCCA
DI CARLO BERTANI
carlobertani.blogspot.com

E’ stata passata come una noterella a margine del gran tourbillon greco, un modesto “aggiustamento” dei conti pubblici italiani – se s’ha da fare, si fa… – perché la crisi…i conti…la congiuntura economica…il riequilibrio…l’Europa…le agenzie di rating…
Ma sono 25 miliardi di euro. Forse, il numero “50.000 miliardi di lire” farebbe più effetto, ma oramai non si può più ragionare in lire: troppo diverso il potere d’acquisto reale, le retribuzioni, la struttura stessa della società italiana, ecc.
Il piccolo numeretto, però, è una di quelle quantità che mettono i brividi.
Tremonti, si sa, vive nel suo studio e, calcolatrice alla mano, dovrà cercare di far quadrare conti che non hanno più quadratura perché è considerato da Berlusconi soltanto un “magico contabile”, colui che in qualche modo dovrà rimettere le cose a posto. Che non ha, però, voce in politica, ossia nella programmazione economica del Paese, nelle scelte che contano: fai bene i conti e taci, più volte Berlusconi ha ammesso che Tremonti lo “infastidisce” con il suo rigore, però non ne può fare a meno.
Qui, appare in tutta la sua tragicità il limite dell’uomo di Arcore: vede l’Italia soltanto come un’azienda. Basta mettere gli uomini giusti nei settori chiave dell’amministrazione, poi il business va avanti da solo: troppi anni, trascorsi in una posizione di privilegio – quasi un monopolista, sin dai tempi di Craxi e dei vari “decreti Berlusconi” per favorirlo – lo hanno forgiato a credere che la gestione dello Stato sia solo una questione di bilancio (da affidare, appunto, all’uomo “dei conti”) per dedicarsi alla conquista del suo “azionariato” elettorale.
Il solito pudding di sondaggi, numeri, affermazioni…la politica è soltanto una ricerca di mercato, nient’altro, l’Italia una S.p.A. (che dovrà, prima o dopo, portare i libri contabili in Tribunale).
Così, Giulio Tremonti si è trovato – solo – ad affrontare l’audizione parlamentare nella quale doveva comunicare ai deputati quali fossero le sue linee d’intervento per risolvere il problema: a dire il vero, era in “scarsa compagnia”, giacché ad ascoltarlo c’erano soltanto 58 deputati, meno del 10%.
C’è stato un possente clamore su tutti i media per quel disinteresse, quel fregarsene di comunicazioni così importanti e decisive per il futuro del Paese: ai più – anche se il momento, solo per la sua gravità, avrebbe richiesto almeno una presenza per “educazione istituzionale” – è sfuggita la vera ragione di quelle assenze.
In realtà, Tremonti poco aveva da dire, poco ha detto e poco ha lasciato intendere: la solita solfa che tutto è a posto…il consueto sciorinare dati sul futuro (che, poi, se saranno diversi…chi lo ricorderà?)…l’inflazione sotto controllo (e chi compra più niente, con i chiari di luna che ci sono?)…la pressione fiscale che scenderà (per salire quella degli enti periferici): insomma, non proprio un “tutto va bene, madama la marchesa”, ma solo “qualcosa va, dove non si sa, ma va.” Il che, non ha proprio sollecitato i parlamentari (che già sapevano) a correre ad ascoltarlo.
Quei 25 miliardi di euro, che Tremonti dovrà far saltar fuori in un biennio – l’1,6% del PIL – ci sembrano, però, una goccia che può far tracimare il vaso delle sempre più fibrillante politica nazionale. Perché non sono una “goccia”, sono in realtà un bicchiere bello colmo, che dovrà scovare in un panorama economico asfittico per varie ragioni.
La prima – e più importante – è la mancanza di una politica economica: per Berlusconi, i vari Ministri sono soltanto dei prestatori d’opera. Fissato un obiettivo e stabilita la prassi per raggiungerlo, il compito dei vari Scajola, Brunetta, Matteoli e via discorrendo è soltanto quello di rispettare i vincoli di bilancio imposti da Tremonti e di fornire un quadro che sia spacciabile, sotto l’aspetto pubblicitario, come il meglio su piazza. Ancora l’impostazione aziendale.
La seconda è di natura internazionale: Silvio Berlusconi ha cercato più “sponde” in politica internazionale, quando ha compreso che l’avvento di Obama gli avrebbe precluso quella “familiarità” della quale godeva con la precedente amministrazione. Addirittura la provocazione di Gheddafi.
Vorrei precisare che fui fra i primi a porre dei dubbi sulla “rivoluzionaria” figura di Obama, e questo in tempi non sospetti: lo raccontavo il 6 Gennaio del 2008, quando era ancora in corsa per la presidenza la Clinton in “Uomo della Provvidenza o Cavallo di Troia?” [1]
Oggi, l’attacco all’Europa di Obama (le modalità dello stesso sono irrilevanti: le servili agenzie di rating, le vendute burocrazie europee, ecc) si è materializzato colpendo, ovviamente, gli “anelli deboli” ed è riuscito a riportare l’euro ad un cambio intorno ad 1,25 – ossia a quello che già avevo indicato nel 2003 in “Europa svegliati!” [2] – come un rapporto credibile di cambio che teneva conto delle reali potenzialità e differenze fra le due aree economiche.
Soprattutto – e qui bisogna “tirare le orecchie” ai fautori dei “numeri” come soli indicatori economici – per il diverso approccio al risparmio fra i due continenti: il dato che più faceva (e fa) paura negli USA è l’inveterata tendenza a spendere più di quel che si ha. Altro che risparmiare.
Alla lunga, il meccanismo – così ben “oliato” dal sistema statunitense delle carte di credito, del “think pink”, della pubblicità osannante, del “sogno americano” da realizzare ad ogni costo, ecc… – si è rivelato una trappola irta d’aculei, che ha obbligato il sistema a creare quel mostro dei mutui truccati. Sostanzialmente, un modo per creare ricchezza dal nulla e far pagare, dopo, lo scotto alla collettività planetaria, come avevo indicato nel Settembre del 2008 ne “Il crepuscolo degli Dei” [3].
Il mutato rapporto di cambio allontanerà, per gli USA, lo spettro della concorrenza dell’euro come moneta per gli scambi internazionali: ho assistito in silenzio, per anni, a tanti sproloqui su fantomatiche nuove monete e nuovi assetti “mondialisti”. Oggi, questa crisi riporta in auge la realtà: gli USA sono ancora i padroni del Pianeta e lo saranno ancora per molto, seppur in una inevitabile fase calante. Ricordiamo il discorso d’insediamento di Obama: “Noi non negozieremo mai il nostro stile di vita”. Lo negozino, per noi, i greci, che hanno un debito risibile, pochi spiccioli se confrontati con la voragine statunitense.
Non ci sarà, inoltre, nessun (o scarsissimo) vantaggio dalla svalutazione dell’euro per l’economia europea (e, soprattutto, italiana), giacché una svalutazione del 15-20% non intacca minimamente le potenzialità della Cina e delle economie asiatiche nella produzione dei beni di consumo: anche con l’euro ad 1,25 sul dollaro, nessuno può sognarsi di fare concorrenza a chi vende un computer per 100 dollari (o meno).
Se, un tempo, una svalutazione dell’euro avrebbe favorito le merci europee negli USA, oggi dobbiamo riflettere che la gran parte della popolazione americana non ha nemmeno più gli occhi per piangere. Figuriamoci entrare all’emporio Armani o pasteggiare con il Brunello.
Qualche chance in più l’avrà chi produce la nuova tecnologia energetica – in Europa, soprattutto la Germania – mentre l’Italia, con i suoi “sogni nucleari”, è e rimane al palo nonostante la generosa creatività dei suoi ricercatori e dei suoi ingegneri.
L’unica vera differenza la scopriremo ai distributori di carburanti i quali, anche con il petrolio in calo, acquisteranno in dollari e ci presenteranno il conto in euro svalutati.
Ritornando a bomba, su quei 25 miliardi che Tremonti dovrà far saltare fuori dal cappello nei prossimi due anni, possiamo concludere che non ci sono concrete speranze di un’inversione di tendenza per l’economia reale italiana, ossia di una sua maggiore affermazione sui mercati mondiali. Da noi, si chiude perché gli archibugi non interessano più a nessuno e sul piano internazionale non godiamo di grandi appoggi: Russia a parte, ma vatti a fidare di Putin.
Questa è l’economia reale italiana, un luogo dove le aziende chiudono per la mancanza di una vera politica economica, per il passo “stratosferico” raggiunto dalla commistione fra i boiardi di Stato e la classe politica: la nota vicenda legata a Bertolaso, Anemone e Scajola è sintomatica per comprendere il fenomeno non tanto sotto l’aspetto delle corruttele, quanto sulla negazione e sottovalutazione degli aspetti dell’economia reale.
Insomma, se con qualche tangente e qualche “massaggio” riesco a costruire tot metri cubi, pur pagando le dovute tangenti, in fondo ho incrementato il PIL…che male ho fatto?
Ho, praticamente, costruito sulle sabbie mobili, poiché quei milioni di metri cubi di cemento non costituiscono niente sotto l’aspetto della reale politica economica: sono, soltanto, l’estremo tentativo di rimediare alla sua mancanza “drogando” il PIL con una “iniezione” di cemento. Un embolo assicurato: se non ci credete, leggete “La guerra di Cementland” [4].
Come ben sappiamo, servono poi i “supporti” per addolcire la pillola: la stampa, l’informazione diventa il luogo dove – ad ogni inizio d’anno – s’ammansiscono previsioni rosee [5] sull’economia e sulle esportazioni per poi, quando giungono i dati reali (e basta con queste previsioni! Ci azzeccava di più Nostradamus!), certificare il fallimento delle “scientifiche” previsioni. [6]
La crisi economica, data per “finita” un po’ troppo presto, sta oggi mostrando i suoi effetti sui conti pubblici: un miliardo in meno d’entrate tributarie nel solo primo trimestre del 2010! [7]
Le domande che ci poniamo sono: dove troverà Tremonti quella montagna di soldi? Sarà lui a doverli trovare? Per una simile operazione, dovranno anche cambiare capoccia? Riusciremo a scapolare il “rischio Grecia”?
Per comprendere la gravità della situazione, riflettiamo che la cosiddetta “riforma Gelmini” – in realtà una serie di tagli concordati da Tremonti e Brunetta e controfirmati dalla neo-mamma, che darà il colpo finale alla scuola italiana – prevede 7,8 miliardi di “risparmi”. Sì, ma in cinque anni.
Fu pianificata per bilanciare l’abolizione dell’ICI per i redditi più elevati (per una fascia più bassa già l’aveva eliminata Prodi): questo, per dire che quei soldi sono già previsti a bilancio, così come i proventi della “tassa sulla malattia” – a nostro avviso incostituzionale: opposizione, dove sei? – imposta ai pubblici dipendenti, un introito che s’aggira sul miliardo l’anno. Già, ma questo è il passato.
Vorrei segnalare ai lettori queste premesse, poiché è difficile pensare ad ulteriori “suzioni” dai pubblici dipendenti: la ragione non è da ricercare in un improvviso afflato d’amore di Brunetta per i suoi “dipendenti”, quanto per i riflessi che avrebbe sulla domanda interna, già al lumicino. Potranno sì aggiungere qualche “taglio”, ma nulla che sia significativo per quella montagna di soldi da scovare.
In Grecia, da un paio di mesi, hanno iniziato a “sforbiciare” le pensioni, operando in modo proporzionale: circa 200 euro – tanto per capire l’ordine di grandezza – su pensioni medio-alte. E’ percorribile, in Italia, una simile proposta?
Teoricamente sì, praticamente farebbe saltare il banco: è prassi consolidata, in Italia, che le pensioni non si toccano. Perché? Poiché nessuno – in un quadro dove un (qualsiasi) governo è votato da circa 30 italiani su 100 – può permettersi un simile azzardo, farebbe “impazzire” quella base elettorale consolidata che è l’unica ancora fedele alla politica. Un patto di ferro: tu non tocchi e noi votiamo, difatti le punte d’assenteismo sono fra i giovani.
Altro, possibile scenario, è compiere quella “riforma” che Prodi annunciò – e che gli fece perdere milioni di voti – ossia portare la tassazione sulle rendite (vari buoni: BOT, CCT, Poste, ecc) dal 12% al 20% com’è nel resto d’Europa.
Anche qui, però, ci sarebbe da attendersi una “rivoluzione elettorale”, poiché i possessori di questi titoli sono dispersi fra la popolazione, ricca o meno, Nord e Sud, destra e sinistra. Difatti, Prodi rinunciò.
Per la stessa ragione, non si può fare un’altra controriforma delle pensioni, poiché non è possibile farne una ogni due o tre anni. Già c’è l’accordo – felicemente controfirmato da UIL e CISL, grandi difensori dei lavoratori! – per legare l’età della pensione all’aspettativa di vita! E poi, questo vale solo per una parte dei lavoratori: i giovani non hanno quasi più accantonamenti pensionistici!
Insomma, sul piano degli interventi “politici” c’è oramai poco da raschiare senza compromettere la propria base elettorale: Berlusconi mai farà pagare le tasse a chi non le paga, mai farà una seria riforma degli Studi di Settore, poiché il “popolo delle partite IVA” è il nocciolo duro del suo elettorato (e della Lega).
In egual modo, è improbabile un intervento sui dipendenti privati (soprattutto gli operai) poiché la Lega ha oramai in pugno l’elettorato che fu del PCI, mentre l’attuale “maretta” fra Fini, parecchi ex AN e Berlusconi riguarda proprio il “trattamento” riservato da Brunetta ad una consistente parte della base elettorale che fu di AN, ossia il pubblico impiego, soprattutto al Sud.
Più probabili degli interventi di tipo finanziario: già nella scorsa Finanziaria, ci fu il prelievo di 3,5 miliardi di euro dal fondo TFR dell’INPS per destinarli alla spesa corrente. Attenzione, alla spesa corrente, non in quella in conto capitale: cosa mai avvenuta in passato.
Questo è un precedente importante, poiché potrebbe schiudere la via ad interventi sulle altre casse previdenziali (INPDAP, ad esempio, ma anche altre) oppure sulla Cassa Depositi e Prestiti, che è finanziata in larga parte con il risparmio postale. La trasformazione delle Poste, da sistema di trasporto a banca, non è stata casuale.
Giocando, come le banche, sulla certezza che solo una piccola parte del denaro depositato viene movimentato, qualcuno potrebbe pensare d’impadronirsi – ovviamente come “prestito” – dei soldi depositati sui libretti postali. Una sorta di consolidamento del debito. E, una vocina che vaga per l’aria, ci dice che Tremonti ci sta meditando.
D’altro canto, la nomina di Massimo Varazzani alla presidenza dell’ente, portò proprio il suggello di Tremonti [8].
Un simile intervento, però, sarebbe di ben altro livello rispetto alla consueta prassi della Cassa – i soldi prestati ad Alemanno per Roma vengono da lì, ma sono centinaia di milioni, non decine di miliardi – e potrebbe ingenerare qualche “mal di pancia” se non, addirittura, la fine di quella “cassa a basso costo” che da sempre è la Cassa Depositi e Prestiti.
C’è sempre, inoltre, la dismissione e la vendita ai privati del patrimonio immobiliare degli Enti Locali e dello Stato (il precedente governo, già s’era “mangiato” quello militare): anche qui, però, il “passaggio” rivela alcune “strettoie”.
Ammesso e non concesso che possa essere “cartolarizzato” quel patrimonio – giungeremo a venderci la Fontana di Trevi? – le operazioni di privatizzazione, in Italia, ben sappiamo che vanno ad arricchire i soliti noti e portano solo le briciole nel bilancio. Quando, addirittura, un Ministro si dimette “per capire chi gli ha dato 900.000 euro per comprar casa” c’è da fidarsi, come no.
In definitiva, ciò che Tremonti ha in mente è probabilmente un piano finanziario su due fronti: Cassa Depositi e Prestiti e patrimonio immobiliare, sempre che la frittata riesca con il buco e senza sporcar troppo la cucina.
E qualora la frittata finisse a terra?
Beh, in quel caso sarebbe il Governo a farne le spese, inevitabilmente, perché sarebbe necessario “toccare” quei settori di cui sopra, che scatenerebbero l’anarchia elettorale.
Una piccola voce che mi colpì, nella disfida fra Berlusconi e Fini, fu l’invito alla prudenza che Gianni Letta – del premiato studio associato “Letta&Letta” – quasi accoratamente rivolse a Berlusconi.
Attenzione – disse Letta – non sottovalutare che, proprio in questi giorni, Luca di Montezemolo ha abbandonato la presidenza della FIAT e non ha più incarichi rilevanti in Confindustria. Come a dire: occhio, che quello – da domani – è libero battitore.
Quella notiziola, potrebbe rappresentare le fondamenta per un “piano B”, che veda il “banco” saltare e salire al potere i veri “uomini forti” della finanza internazionale. I quali, a dire il vero, non amano molto calcare il proscenio ma, se le condizioni fossero disperate, partirebbero anch’essi per la guerra.
Insomma, il solito governo tecnico presieduto dal Montezemolo, con Draghi – magari Tremonti a fare il contabile, in fondo è un uomo per tutte e stagioni – e tutti i corifei in crisi d’astinenza di potere, da Fini a Di Pietro. In fondo, non ci vorrebbe molto: con uno scandalo il giorno, si sopravvive male e poco, e se Berluskaiser si fa le leggi per sopravvivere, gli farebbero il vuoto intorno. Già le prossime puntate del reality “Bertolaso & Co.” s’appressano.
Quale delle due soluzioni?
In realtà, sono soltanto susseguenti l’una all’altra, inevitabilmente.
Gli interventi del “Piano A” di Tremonti sono, sostanzialmente, la solita politica di posticipare i guai al giorno dopo, nella speranza che arrivi qualche “miracolo economico” che nemmeno Dio sceso in terra potrebbe realizzare.
L’intera economia europea ed americana sono al lumicino – questo è il vero dato di fondo – e questi mezzucci sono ciò che possiedono e propongono gli omuncoli politici, dal FMI alla BCE, da Obama alla Commissione Europea: figuriamoci cosa può fare la servitù degli omuncoli, ossia la casta politica italiana.
Perciò, il governo tecnico “castigamatti” è la certezza: nel tempo, non ci sono altre soluzioni.
Non vogliamo nemmeno entrare nella noiosa disquisizione della serie “sarebbe possibile se nuove forze politiche…”, eccetera, eccetera: non esiste nessun “Piano C”, soprattutto perché quelli che potrebbero proporlo non hanno voce in capitolo, cioè noi.
Perciò, accomodiamoci ancora una volta di fronte al PC od alla TV per seguire l’ennesima puntata del “reality Italia”: al minimo, avremo qualcosa da discutere al bar.
PS. Un una notizia appare a ciel sereno: il parco automezzi dello Stato e delle Amministrazioni – le cosiddette “auto blu” – pesa ogni anno per 18 miliardi sui bilanci pubblici, giacché abbiamo 574.215 automezzi per il diletto dei nostri amati governanti et similia. Siamo i primi al mondo: gli Stati Uniti sono secondi con 73.000 auto blu, seguiti da Francia (65.000), Regno Unito (58.000), Germania (54.000), Turchia (51.000), Spagna (44.000), Giappone (35.000), Grecia (34.000) e Portogallo (23.000) [9]. Basterebbe portarci al livello della Francia per ridurre praticamente ad un decimo quelle spese, così con 2 miliardi l’anno manderemmo in giro solo quelli che lo meritano. E con i restanti 16 miliardi?
Beh, tolti i 12,5 miliardi per i conti pubblici, gli altri 3,5 miliardi li destinerei ad un reddito di cittadinanza (o disoccupazione, od altro) per la parte meno abbiente della popolazione: 300 euro il mese per 12 mesi per quasi un milione d’italiani. Sarebbero pochi, ma sempre meglio che 25 miliardi di calci in bocca.
Già, ma questo farebbe parte le “Piano C”: ditelo piano, bisbigliando, non s’ha da sapere.
Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2010/05/25-miliardi-di-calci-in-bocca.html
9.05.2010
Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.
[1] Vedi: http://carlobertani.blogspot.com/2008/01/uomo-della-provvidenza-o-cavallo-di.html
[2] Carlo Bertani – Europa Svegliati! – Malatempora – Roma – 2003.
[3] Vedi: http://carlobertani.blogspot.com/2008/09/il-crepuscolo-degli-dei.html
[4] Vedi : http://carlobertani.blogspot.com/2010/02/la-guerra-di-cementland.html
[5] Fonte : http://www.businessonline.it/news/8246/Esportazioni-italiane-le-nazioni-emergenti-le-supereranno-nel-primo-trimestre-2009.html
[6] Fonte: http://www.businessonline.it/news/9544/Esportazioni-in-Italia-nel-2009-fatturato-dati-e-statistiche-Crolla-il-Made-in-Italy%20.html
[7] Fonte: http://www.repubblica.it/economia/2010/05/07/news/fisco_a_marzo_il_calo_degli_occupati_riduce_le_entrate_contributive_dello_0_6_-3890321/
[8] Fonte: http://www.adusbef.it/consultazione.asp?Id=6848&T=A
[9] Fonte: http://blog.panorama.it/autoemoto/2007/05/21/record-negativi-litalia-prima-nelle-auto-blu/
carlobertani.blogspot.com
E’ stata passata come una noterella a margine del gran tourbillon greco, un modesto “aggiustamento” dei conti pubblici italiani – se s’ha da fare, si fa… – perché la crisi…i conti…la congiuntura economica…il riequilibrio…l’Europa…le agenzie di rating…
Ma sono 25 miliardi di euro. Forse, il numero “50.000 miliardi di lire” farebbe più effetto, ma oramai non si può più ragionare in lire: troppo diverso il potere d’acquisto reale, le retribuzioni, la struttura stessa della società italiana, ecc.
Il piccolo numeretto, però, è una di quelle quantità che mettono i brividi.
Tremonti, si sa, vive nel suo studio e, calcolatrice alla mano, dovrà cercare di far quadrare conti che non hanno più quadratura perché è considerato da Berlusconi soltanto un “magico contabile”, colui che in qualche modo dovrà rimettere le cose a posto. Che non ha, però, voce in politica, ossia nella programmazione economica del Paese, nelle scelte che contano: fai bene i conti e taci, più volte Berlusconi ha ammesso che Tremonti lo “infastidisce” con il suo rigore, però non ne può fare a meno.
Qui, appare in tutta la sua tragicità il limite dell’uomo di Arcore: vede l’Italia soltanto come un’azienda. Basta mettere gli uomini giusti nei settori chiave dell’amministrazione, poi il business va avanti da solo: troppi anni, trascorsi in una posizione di privilegio – quasi un monopolista, sin dai tempi di Craxi e dei vari “decreti Berlusconi” per favorirlo – lo hanno forgiato a credere che la gestione dello Stato sia solo una questione di bilancio (da affidare, appunto, all’uomo “dei conti”) per dedicarsi alla conquista del suo “azionariato” elettorale.
Il solito pudding di sondaggi, numeri, affermazioni…la politica è soltanto una ricerca di mercato, nient’altro, l’Italia una S.p.A. (che dovrà, prima o dopo, portare i libri contabili in Tribunale).
Così, Giulio Tremonti si è trovato – solo – ad affrontare l’audizione parlamentare nella quale doveva comunicare ai deputati quali fossero le sue linee d’intervento per risolvere il problema: a dire il vero, era in “scarsa compagnia”, giacché ad ascoltarlo c’erano soltanto 58 deputati, meno del 10%.
C’è stato un possente clamore su tutti i media per quel disinteresse, quel fregarsene di comunicazioni così importanti e decisive per il futuro del Paese: ai più – anche se il momento, solo per la sua gravità, avrebbe richiesto almeno una presenza per “educazione istituzionale” – è sfuggita la vera ragione di quelle assenze.
In realtà, Tremonti poco aveva da dire, poco ha detto e poco ha lasciato intendere: la solita solfa che tutto è a posto…il consueto sciorinare dati sul futuro (che, poi, se saranno diversi…chi lo ricorderà?)…l’inflazione sotto controllo (e chi compra più niente, con i chiari di luna che ci sono?)…la pressione fiscale che scenderà (per salire quella degli enti periferici): insomma, non proprio un “tutto va bene, madama la marchesa”, ma solo “qualcosa va, dove non si sa, ma va.” Il che, non ha proprio sollecitato i parlamentari (che già sapevano) a correre ad ascoltarlo.
Quei 25 miliardi di euro, che Tremonti dovrà far saltar fuori in un biennio – l’1,6% del PIL – ci sembrano, però, una goccia che può far tracimare il vaso delle sempre più fibrillante politica nazionale. Perché non sono una “goccia”, sono in realtà un bicchiere bello colmo, che dovrà scovare in un panorama economico asfittico per varie ragioni.
La prima – e più importante – è la mancanza di una politica economica: per Berlusconi, i vari Ministri sono soltanto dei prestatori d’opera. Fissato un obiettivo e stabilita la prassi per raggiungerlo, il compito dei vari Scajola, Brunetta, Matteoli e via discorrendo è soltanto quello di rispettare i vincoli di bilancio imposti da Tremonti e di fornire un quadro che sia spacciabile, sotto l’aspetto pubblicitario, come il meglio su piazza. Ancora l’impostazione aziendale.
La seconda è di natura internazionale: Silvio Berlusconi ha cercato più “sponde” in politica internazionale, quando ha compreso che l’avvento di Obama gli avrebbe precluso quella “familiarità” della quale godeva con la precedente amministrazione. Addirittura la provocazione di Gheddafi.
Vorrei precisare che fui fra i primi a porre dei dubbi sulla “rivoluzionaria” figura di Obama, e questo in tempi non sospetti: lo raccontavo il 6 Gennaio del 2008, quando era ancora in corsa per la presidenza la Clinton in “Uomo della Provvidenza o Cavallo di Troia?” [1]
Oggi, l’attacco all’Europa di Obama (le modalità dello stesso sono irrilevanti: le servili agenzie di rating, le vendute burocrazie europee, ecc) si è materializzato colpendo, ovviamente, gli “anelli deboli” ed è riuscito a riportare l’euro ad un cambio intorno ad 1,25 – ossia a quello che già avevo indicato nel 2003 in “Europa svegliati!” [2] – come un rapporto credibile di cambio che teneva conto delle reali potenzialità e differenze fra le due aree economiche.
Soprattutto – e qui bisogna “tirare le orecchie” ai fautori dei “numeri” come soli indicatori economici – per il diverso approccio al risparmio fra i due continenti: il dato che più faceva (e fa) paura negli USA è l’inveterata tendenza a spendere più di quel che si ha. Altro che risparmiare.
Alla lunga, il meccanismo – così ben “oliato” dal sistema statunitense delle carte di credito, del “think pink”, della pubblicità osannante, del “sogno americano” da realizzare ad ogni costo, ecc… – si è rivelato una trappola irta d’aculei, che ha obbligato il sistema a creare quel mostro dei mutui truccati. Sostanzialmente, un modo per creare ricchezza dal nulla e far pagare, dopo, lo scotto alla collettività planetaria, come avevo indicato nel Settembre del 2008 ne “Il crepuscolo degli Dei” [3].
Il mutato rapporto di cambio allontanerà, per gli USA, lo spettro della concorrenza dell’euro come moneta per gli scambi internazionali: ho assistito in silenzio, per anni, a tanti sproloqui su fantomatiche nuove monete e nuovi assetti “mondialisti”. Oggi, questa crisi riporta in auge la realtà: gli USA sono ancora i padroni del Pianeta e lo saranno ancora per molto, seppur in una inevitabile fase calante. Ricordiamo il discorso d’insediamento di Obama: “Noi non negozieremo mai il nostro stile di vita”. Lo negozino, per noi, i greci, che hanno un debito risibile, pochi spiccioli se confrontati con la voragine statunitense.
Non ci sarà, inoltre, nessun (o scarsissimo) vantaggio dalla svalutazione dell’euro per l’economia europea (e, soprattutto, italiana), giacché una svalutazione del 15-20% non intacca minimamente le potenzialità della Cina e delle economie asiatiche nella produzione dei beni di consumo: anche con l’euro ad 1,25 sul dollaro, nessuno può sognarsi di fare concorrenza a chi vende un computer per 100 dollari (o meno).
Se, un tempo, una svalutazione dell’euro avrebbe favorito le merci europee negli USA, oggi dobbiamo riflettere che la gran parte della popolazione americana non ha nemmeno più gli occhi per piangere. Figuriamoci entrare all’emporio Armani o pasteggiare con il Brunello.
Qualche chance in più l’avrà chi produce la nuova tecnologia energetica – in Europa, soprattutto la Germania – mentre l’Italia, con i suoi “sogni nucleari”, è e rimane al palo nonostante la generosa creatività dei suoi ricercatori e dei suoi ingegneri.
L’unica vera differenza la scopriremo ai distributori di carburanti i quali, anche con il petrolio in calo, acquisteranno in dollari e ci presenteranno il conto in euro svalutati.
Ritornando a bomba, su quei 25 miliardi che Tremonti dovrà far saltare fuori dal cappello nei prossimi due anni, possiamo concludere che non ci sono concrete speranze di un’inversione di tendenza per l’economia reale italiana, ossia di una sua maggiore affermazione sui mercati mondiali. Da noi, si chiude perché gli archibugi non interessano più a nessuno e sul piano internazionale non godiamo di grandi appoggi: Russia a parte, ma vatti a fidare di Putin.
Questa è l’economia reale italiana, un luogo dove le aziende chiudono per la mancanza di una vera politica economica, per il passo “stratosferico” raggiunto dalla commistione fra i boiardi di Stato e la classe politica: la nota vicenda legata a Bertolaso, Anemone e Scajola è sintomatica per comprendere il fenomeno non tanto sotto l’aspetto delle corruttele, quanto sulla negazione e sottovalutazione degli aspetti dell’economia reale.
Insomma, se con qualche tangente e qualche “massaggio” riesco a costruire tot metri cubi, pur pagando le dovute tangenti, in fondo ho incrementato il PIL…che male ho fatto?
Ho, praticamente, costruito sulle sabbie mobili, poiché quei milioni di metri cubi di cemento non costituiscono niente sotto l’aspetto della reale politica economica: sono, soltanto, l’estremo tentativo di rimediare alla sua mancanza “drogando” il PIL con una “iniezione” di cemento. Un embolo assicurato: se non ci credete, leggete “La guerra di Cementland” [4].
Come ben sappiamo, servono poi i “supporti” per addolcire la pillola: la stampa, l’informazione diventa il luogo dove – ad ogni inizio d’anno – s’ammansiscono previsioni rosee [5] sull’economia e sulle esportazioni per poi, quando giungono i dati reali (e basta con queste previsioni! Ci azzeccava di più Nostradamus!), certificare il fallimento delle “scientifiche” previsioni. [6]
La crisi economica, data per “finita” un po’ troppo presto, sta oggi mostrando i suoi effetti sui conti pubblici: un miliardo in meno d’entrate tributarie nel solo primo trimestre del 2010! [7]
Le domande che ci poniamo sono: dove troverà Tremonti quella montagna di soldi? Sarà lui a doverli trovare? Per una simile operazione, dovranno anche cambiare capoccia? Riusciremo a scapolare il “rischio Grecia”?
Per comprendere la gravità della situazione, riflettiamo che la cosiddetta “riforma Gelmini” – in realtà una serie di tagli concordati da Tremonti e Brunetta e controfirmati dalla neo-mamma, che darà il colpo finale alla scuola italiana – prevede 7,8 miliardi di “risparmi”. Sì, ma in cinque anni.
Fu pianificata per bilanciare l’abolizione dell’ICI per i redditi più elevati (per una fascia più bassa già l’aveva eliminata Prodi): questo, per dire che quei soldi sono già previsti a bilancio, così come i proventi della “tassa sulla malattia” – a nostro avviso incostituzionale: opposizione, dove sei? – imposta ai pubblici dipendenti, un introito che s’aggira sul miliardo l’anno. Già, ma questo è il passato.
Vorrei segnalare ai lettori queste premesse, poiché è difficile pensare ad ulteriori “suzioni” dai pubblici dipendenti: la ragione non è da ricercare in un improvviso afflato d’amore di Brunetta per i suoi “dipendenti”, quanto per i riflessi che avrebbe sulla domanda interna, già al lumicino. Potranno sì aggiungere qualche “taglio”, ma nulla che sia significativo per quella montagna di soldi da scovare.
In Grecia, da un paio di mesi, hanno iniziato a “sforbiciare” le pensioni, operando in modo proporzionale: circa 200 euro – tanto per capire l’ordine di grandezza – su pensioni medio-alte. E’ percorribile, in Italia, una simile proposta?
Teoricamente sì, praticamente farebbe saltare il banco: è prassi consolidata, in Italia, che le pensioni non si toccano. Perché? Poiché nessuno – in un quadro dove un (qualsiasi) governo è votato da circa 30 italiani su 100 – può permettersi un simile azzardo, farebbe “impazzire” quella base elettorale consolidata che è l’unica ancora fedele alla politica. Un patto di ferro: tu non tocchi e noi votiamo, difatti le punte d’assenteismo sono fra i giovani.
Altro, possibile scenario, è compiere quella “riforma” che Prodi annunciò – e che gli fece perdere milioni di voti – ossia portare la tassazione sulle rendite (vari buoni: BOT, CCT, Poste, ecc) dal 12% al 20% com’è nel resto d’Europa.
Anche qui, però, ci sarebbe da attendersi una “rivoluzione elettorale”, poiché i possessori di questi titoli sono dispersi fra la popolazione, ricca o meno, Nord e Sud, destra e sinistra. Difatti, Prodi rinunciò.
Per la stessa ragione, non si può fare un’altra controriforma delle pensioni, poiché non è possibile farne una ogni due o tre anni. Già c’è l’accordo – felicemente controfirmato da UIL e CISL, grandi difensori dei lavoratori! – per legare l’età della pensione all’aspettativa di vita! E poi, questo vale solo per una parte dei lavoratori: i giovani non hanno quasi più accantonamenti pensionistici!
Insomma, sul piano degli interventi “politici” c’è oramai poco da raschiare senza compromettere la propria base elettorale: Berlusconi mai farà pagare le tasse a chi non le paga, mai farà una seria riforma degli Studi di Settore, poiché il “popolo delle partite IVA” è il nocciolo duro del suo elettorato (e della Lega).
In egual modo, è improbabile un intervento sui dipendenti privati (soprattutto gli operai) poiché la Lega ha oramai in pugno l’elettorato che fu del PCI, mentre l’attuale “maretta” fra Fini, parecchi ex AN e Berlusconi riguarda proprio il “trattamento” riservato da Brunetta ad una consistente parte della base elettorale che fu di AN, ossia il pubblico impiego, soprattutto al Sud.
Più probabili degli interventi di tipo finanziario: già nella scorsa Finanziaria, ci fu il prelievo di 3,5 miliardi di euro dal fondo TFR dell’INPS per destinarli alla spesa corrente. Attenzione, alla spesa corrente, non in quella in conto capitale: cosa mai avvenuta in passato.
Questo è un precedente importante, poiché potrebbe schiudere la via ad interventi sulle altre casse previdenziali (INPDAP, ad esempio, ma anche altre) oppure sulla Cassa Depositi e Prestiti, che è finanziata in larga parte con il risparmio postale. La trasformazione delle Poste, da sistema di trasporto a banca, non è stata casuale.
Giocando, come le banche, sulla certezza che solo una piccola parte del denaro depositato viene movimentato, qualcuno potrebbe pensare d’impadronirsi – ovviamente come “prestito” – dei soldi depositati sui libretti postali. Una sorta di consolidamento del debito. E, una vocina che vaga per l’aria, ci dice che Tremonti ci sta meditando.
D’altro canto, la nomina di Massimo Varazzani alla presidenza dell’ente, portò proprio il suggello di Tremonti [8].
Un simile intervento, però, sarebbe di ben altro livello rispetto alla consueta prassi della Cassa – i soldi prestati ad Alemanno per Roma vengono da lì, ma sono centinaia di milioni, non decine di miliardi – e potrebbe ingenerare qualche “mal di pancia” se non, addirittura, la fine di quella “cassa a basso costo” che da sempre è la Cassa Depositi e Prestiti.
C’è sempre, inoltre, la dismissione e la vendita ai privati del patrimonio immobiliare degli Enti Locali e dello Stato (il precedente governo, già s’era “mangiato” quello militare): anche qui, però, il “passaggio” rivela alcune “strettoie”.
Ammesso e non concesso che possa essere “cartolarizzato” quel patrimonio – giungeremo a venderci la Fontana di Trevi? – le operazioni di privatizzazione, in Italia, ben sappiamo che vanno ad arricchire i soliti noti e portano solo le briciole nel bilancio. Quando, addirittura, un Ministro si dimette “per capire chi gli ha dato 900.000 euro per comprar casa” c’è da fidarsi, come no.
In definitiva, ciò che Tremonti ha in mente è probabilmente un piano finanziario su due fronti: Cassa Depositi e Prestiti e patrimonio immobiliare, sempre che la frittata riesca con il buco e senza sporcar troppo la cucina.
E qualora la frittata finisse a terra?
Beh, in quel caso sarebbe il Governo a farne le spese, inevitabilmente, perché sarebbe necessario “toccare” quei settori di cui sopra, che scatenerebbero l’anarchia elettorale.
Una piccola voce che mi colpì, nella disfida fra Berlusconi e Fini, fu l’invito alla prudenza che Gianni Letta – del premiato studio associato “Letta&Letta” – quasi accoratamente rivolse a Berlusconi.
Attenzione – disse Letta – non sottovalutare che, proprio in questi giorni, Luca di Montezemolo ha abbandonato la presidenza della FIAT e non ha più incarichi rilevanti in Confindustria. Come a dire: occhio, che quello – da domani – è libero battitore.
Quella notiziola, potrebbe rappresentare le fondamenta per un “piano B”, che veda il “banco” saltare e salire al potere i veri “uomini forti” della finanza internazionale. I quali, a dire il vero, non amano molto calcare il proscenio ma, se le condizioni fossero disperate, partirebbero anch’essi per la guerra.
Insomma, il solito governo tecnico presieduto dal Montezemolo, con Draghi – magari Tremonti a fare il contabile, in fondo è un uomo per tutte e stagioni – e tutti i corifei in crisi d’astinenza di potere, da Fini a Di Pietro. In fondo, non ci vorrebbe molto: con uno scandalo il giorno, si sopravvive male e poco, e se Berluskaiser si fa le leggi per sopravvivere, gli farebbero il vuoto intorno. Già le prossime puntate del reality “Bertolaso & Co.” s’appressano.
Quale delle due soluzioni?
In realtà, sono soltanto susseguenti l’una all’altra, inevitabilmente.
Gli interventi del “Piano A” di Tremonti sono, sostanzialmente, la solita politica di posticipare i guai al giorno dopo, nella speranza che arrivi qualche “miracolo economico” che nemmeno Dio sceso in terra potrebbe realizzare.
L’intera economia europea ed americana sono al lumicino – questo è il vero dato di fondo – e questi mezzucci sono ciò che possiedono e propongono gli omuncoli politici, dal FMI alla BCE, da Obama alla Commissione Europea: figuriamoci cosa può fare la servitù degli omuncoli, ossia la casta politica italiana.
Perciò, il governo tecnico “castigamatti” è la certezza: nel tempo, non ci sono altre soluzioni.
Non vogliamo nemmeno entrare nella noiosa disquisizione della serie “sarebbe possibile se nuove forze politiche…”, eccetera, eccetera: non esiste nessun “Piano C”, soprattutto perché quelli che potrebbero proporlo non hanno voce in capitolo, cioè noi.
Perciò, accomodiamoci ancora una volta di fronte al PC od alla TV per seguire l’ennesima puntata del “reality Italia”: al minimo, avremo qualcosa da discutere al bar.
PS. Un una notizia appare a ciel sereno: il parco automezzi dello Stato e delle Amministrazioni – le cosiddette “auto blu” – pesa ogni anno per 18 miliardi sui bilanci pubblici, giacché abbiamo 574.215 automezzi per il diletto dei nostri amati governanti et similia. Siamo i primi al mondo: gli Stati Uniti sono secondi con 73.000 auto blu, seguiti da Francia (65.000), Regno Unito (58.000), Germania (54.000), Turchia (51.000), Spagna (44.000), Giappone (35.000), Grecia (34.000) e Portogallo (23.000) [9]. Basterebbe portarci al livello della Francia per ridurre praticamente ad un decimo quelle spese, così con 2 miliardi l’anno manderemmo in giro solo quelli che lo meritano. E con i restanti 16 miliardi?
Beh, tolti i 12,5 miliardi per i conti pubblici, gli altri 3,5 miliardi li destinerei ad un reddito di cittadinanza (o disoccupazione, od altro) per la parte meno abbiente della popolazione: 300 euro il mese per 12 mesi per quasi un milione d’italiani. Sarebbero pochi, ma sempre meglio che 25 miliardi di calci in bocca.
Già, ma questo farebbe parte le “Piano C”: ditelo piano, bisbigliando, non s’ha da sapere.
Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2010/05/25-miliardi-di-calci-in-bocca.html
9.05.2010
Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.
[1] Vedi: http://carlobertani.blogspot.com/2008/01/uomo-della-provvidenza-o-cavallo-di.html
[2] Carlo Bertani – Europa Svegliati! – Malatempora – Roma – 2003.
[3] Vedi: http://carlobertani.blogspot.com/2008/09/il-crepuscolo-degli-dei.html
[4] Vedi : http://carlobertani.blogspot.com/2010/02/la-guerra-di-cementland.html
[5] Fonte : http://www.businessonline.it/news/8246/Esportazioni-italiane-le-nazioni-emergenti-le-supereranno-nel-primo-trimestre-2009.html
[6] Fonte: http://www.businessonline.it/news/9544/Esportazioni-in-Italia-nel-2009-fatturato-dati-e-statistiche-Crolla-il-Made-in-Italy%20.html
[7] Fonte: http://www.repubblica.it/economia/2010/05/07/news/fisco_a_marzo_il_calo_degli_occupati_riduce_le_entrate_contributive_dello_0_6_-3890321/
[8] Fonte: http://www.adusbef.it/consultazione.asp?Id=6848&T=A
[9] Fonte: http://blog.panorama.it/autoemoto/2007/05/21/record-negativi-litalia-prima-nelle-auto-blu/
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