mercoledì 12 maggio 2010

Politici, imprenditori e la pillola del Cavaliere “Guzzanti vs De Benedetti” di Paolo Guzzanti



Politici, imprenditori e la pillola del Cavaliere
12 maggio 2010

Pubblichiamo un'anticipazione del libro “Guzzanti vs De Benedetti” di Paolo Guzzanti (Aliberti editore) che verrà presentato domani al Salone del Libro di Torino.

E dunque secondo lei Berlusconi era sincero. Lo fece soltanto perché il suo padrino politico Craxi glielo impose per mettere i bastoni fra le ruote a lei, accusato di aver trescato con Prodi per portarsi via i gioielli della corona alimentare di Stato per quattro soldi.

Quattro soldi un corno: avevo fatto un’offerta di poco inferiore di quella che poi fecero loro. Ma Berlusconi era sincero: era contro il suo interesse mettere su la cordata contro di me. Ovviamente, Silvio lo fece perché aveva suoi interessi giganteschi che dipendevano da Craxi, come le frequenze televisive. E quegli interessi valevano per lui infinitamente di più del sacrificio che gli veniva chiesto per mandare all’aria il mio progetto alimentare. Alla fine lui non ne ha avuto nessun danno, però era contro il suo desiderio, contro il suo interesse e contro la sua volontà. Era Craxi a volermi silurare, non certo Silvio, almeno non in quel caso. [...] Il 24 marzo 1993, dunque pochi mesi prima della “discesa in campo” del Cavaliere, ci fu uno scontro diretto fra De Benedetti e Berlusconi. Ecco come il giorno seguente Repubblica lo racconto: “Parliamo di cose serie e lasciamo stare i gabibbi” ha detto il presidente della Olivetti durante la trasmissione televisiva Di tasca nostra. Il riferimento era al presidente della Fininvest, che lo aveva accusato di essere un “ottimista dell’ultima ora” sullo stato dell’economia del Paese. Immediata la replica del patron della Fininvest. “Sono d’accordo anch’io […]. Per chi distrugge posti di lavoro anziché crearne di nuovi, per chi addossa alla collettività i costi della sua incapacità e dei suoi insuccessi, per chi depaupera i propri azionisti, per chi, a seconda che gli convenga o meno, fa il pessimista o l’ottimista,per chi è condannato per concorso in bancarotta fraudolenta, i gabibbi sono argomenti troppo seri”.

Controreplica di De Benedetti: “Una reazione così gratuita e scomposta a una tranquilla battuta scherzosa puo trovare una spiegazione solo nel nervosismo che evidentemente attanaglia chi vede con terrore decomporsi il regime di cui e stato insieme frutto e alimento”. Contro-contro-risposta:“A proposito di regime e di passato, da che pulpito viene la predica!”. I due sono da sempre su posizioni opposte, anzi inconciliabili e nemiche, ma qualcosa hanno in comune:entrambi sono imprenditori di successo e De Benedetti riconosce con lealtà che Berlusconi è stato un realizzatore, uno che ha fatto, come lui, crescere le idee e le aziende. Ci sono mai stati fra loro punti di contatto? Ovviamente sì: i due si conoscono e, anche se non credo si siano visti negli ultimi anni, si danno del tu, si trattano, o trattavano, con confidenza, anche se con diffidenza.


De Benedetti mi ha raccontato che, prima del caso Sme, Berlusconi lo andava a trovare per proporgli contratti pubblicitari. "Ricordo che Berlusconi veniva da me, si sedeva, chiedeva un bicchiere d’acqua e metteva una pillola vicino al bicchiere. Io naturalmente non dicevo niente: se uno deve prendere una pillola sono fatti suoi. Allora lui, che sperava che io gli chiedessi la ragione di quella pasticca, mi dice: Non mi chiedi perché prendo questa pillola? Dico: No, non te lo chiedo. Perché te lo dovrei chiedere? E lui: Perché con questa pillola io ne mando ‘storte’ (cioè sciancate) due al giorno”, ovviamente parlava di donne, delle sue straordinarie performance sessuali, allora come oggi. Era già un’ossessione ed eravamo nei primi anni Novanta. E oggi non è cambiato: mi dicono che a Roma lui se ne va da solo, non manda neanche l’autista, a fare spesa di cianfrusaglie, bigiotteria e regalini nei negozietti dalle parti di Campo de’ Fiori: tutta quella robetta che poi regala alle donne che arrivano a casa sua con i pulmini. Che tristezza, si vede un traffico sotto quel palazzo che non è difficile da interpretare. E lui gira con la sacca di plastica piena di farfalline, tartarughine, cianfrusaglie che regala alle ragazze che sbarcano a casa sua a dozzine". I due ebbero contatti anche per la vicenda Sme, perché Berlusconi non aveva alcuna voglia e alcun interesse a comperare il tesoro della corona alimentare dell’industria di Stato. A lui interessava fare la pubblicità ai prodotti, non produrre panettoni e pomodori sott’olio. Berlusconi gli disse di essere stato costretto da Craxi, al quale non poteva negare nulla, ma non era affatto contento di aver dovuto mettere insieme la cordata che doveva contrastare De Benedetti.


Nel 2005 De Benedetti annunciò la sottoscrizione di una consistente quota da parte di Silvio Berlusconi per un fondo finanziario destinato al recupero delle imprese in difficoltà. Appena la notizia venne fuori, De Benedetti si vide attaccato proprio dal suo giornale: Repubblica lo accusava più o meno di trescare col demonio. L’Ingegnere fu costretto a rinunciare alla partecipazione di Berlusconi per far contenti i suoi dipendenti, ma ebbe il torto di ricavarne alla fine un involontario vantaggio economico.
Era successo infatti che l’annuncio dell’ingresso di Fininvest aveva provocato un forte rialzo in Borsa, che poi si era assestato su un guadagno di 300.000 euro. De Benedetti è certamente il duellante e l’anti-Berlusconi per eccellenza ma, per quello che ho potuto vedere, con un certo fair play. Mi ha detto del Cavaliere: “È un autocrate come tutti noi imprenditori, ma come persona non è affatto cattiva ed è anzi sicuro di fare il bene. Il suo vero problema è che è un formidabile bugiardo, al punto di credere alle sue stesse bugie di cui alla fine si convince. Il motivo per cui io lo combatto è che, essendo un imprenditore al comando del Paese, è per definizione un rischio per la democrazia. Anch’io, se mi mettessi a fare il politico e pretendessi di applicare all’amministrazione del Paese i criteri con cui ho amministrato le aziende, sarei un pericolo per la democrazia. E tutto ciò che fa Berlusconi, pur essendo probabilmente sicuro di fare il bene del Paese, distrugge la democrazia”

Dice sul serio che gli imprenditori sono un pericolo per la democrazia?

Noi industriali, gente che ha costruito qualcosa nelle imprese e nella finanza, siamo tutti degli autocrati. Non siamo democratici: ed è per questo che nessuno di noi deve governare. Non dobbiamo farlo, perché ognuno di noi è tendenzialmente un dittatore nelle sue aziende ed è giusto che sia così. E capisco anche che un imprenditore, magari esasperato da come vede andare le cose nell’amministrazione pubblica, possa avere la fantasia di dire: adesso vado ad amministrare il Paese come le mie aziende. Ma se questa fantasia diventa realtà, non abbiamo una democrazia, ma un’autocrazia, una versione piu o meno morbida di una dittatura. È per questo, prima di tutto, che detesto Berlusconi in politica: perché è un imprenditore, ha anche costruito molto e molto bene, ed è per forza uno sciagurato come tutti noi e non deve governare l’Italia perché una democrazia ha bisogno di personale politico sinceramente, strutturalmente democratico. Anch’io in politica sarei unautocrateinsofferentedelleregole,infattinonesiste al mondo il caso di un imprenditore che poi si sia rivelato un grande statista democratico. Non c’è possibilità, non ci sono casi nel mondo in cui abbia funzionato,da Bernard Tapie in Francia a Ross Perot negli Stati Uniti, sono stati tutti un disastro.

Da il Fatto Quotidiano del 12 maggio
fonte: http://antefatto.ilcannocchiale.it

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