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mercoledì 19 maggio 2010

09-11: la strana storia di chi vide troppo


Kurt Sonnenfeld era al World Trade Center quell'11 settembre 2001. L'agenzia federale per la quale lavorava lo aveva spedito lì per filmare l'accaduto. Ma quanto vide lo segnò per sempre, costringendolo a rifugiarsi in Argentina

Kurt Sonnenfeld è un documentarista statunitense che ha lavorato per anni per un'agenzia federale. Quando l'11 settembre 2001 gli ordinarono di precipitarsi al World Trade Center le torri gemelle erano state colpite soltanto dal primo aereo. E tutti pensavano - e speravano - si trattasse di un incidente. Mettere piede su quelle macerie fu per lui l'inizio di un infinito incubo. Che lo perseguita tutt'oggi. E non solo perché ciò che vide rimarrà indelebile nella sua mente, come in quella di ogni americano, ma perché tutto quel che vide lo filmò. Ed è questo che qualcuno ancora non gli perdona. Questa la sua condanna.

Appena sul posto, fra le lamiere contorte, scese fino al seminterrato del World Trade Center, pensando che qualcuno potesse esserci rimasto intrappolato. Lavorando per l'agenzia federale, conosceva bene quelle stanze, fatte di porte antiscasso chiuse a più mandate e di tanta vigilanza. Si trattava di locali adibiti a custodire documenti delicati, prove, elementi confiscati, quindi da tenere sottochiave. Eppure, non solo in quel momento lì non ci trovò nessuno, ma non c'era nemmeno più niente, se non una porta semiaperta. Questo fu il primo di una lunga serie di elementi che gli suonò alquanto strano. Kurt filmò e se ne andò. Le stranezze continuarono. La torre 7, che ospitava le agenzie federali, nonostante non presentasse nessun danno che ne giustificasse il crollo, franò su se stessa. Totalmente. Fu una sorta di implosione registrata molte ore dopo l'attentato. E per questo senza nessuna vittima. Ma a Kurt non tornavano i conti. Non solo. Altro campanello fu l'altissima temperatura delle macerie. Inspiegabile. La suola di gomma delle sue scarpe si scioglieva a ogni passo. Ogni ferro era arrotolato su se stesso. Piegato. Contorto. Perché? E perché le scatole nere degli aerei, costruite per resistere a tutto, si erano invece polverizzate?
E poi, come mai l'area fu isolata a partire da molti isolati di distanza da Gorund Zero? La scusa fu che era necessario preservare la scena del crimine. Ma era veramente una misura necessaria? Non è forse per questo che pochi sanno, per esempio, che molte delle lamiere inizialmente radunate per essere esaminate in qualità di prove, vennero invece spedite in Cina per essere fuse?

Domande insistenti. Dubbi che iniziarono a martellare nella testa di Kurt, come incubi. Dopo aver scartato la tesi della cospirazione made in Usa, il documentarista arrivò a tracciare una spiegazione per tutta quella serie di strane coincidenze: alcuni funzionari federali già sapevano quel che stava progettando Al Qaeda, ma non fecero niente per impedirglielo. Perché? Per dare l'imput al cambiamento degli interessi geostrategici degli Stati Uniti. E le tremila persone morte? Effetti collaterali. Non è così che il governo George W. Bush ha sempre catalogato ogni morto civile di una "guerra giusta"? È da allora infatti, come ha ricordato la moglie di Sonnenfeld a Urgente24, che "è arrivata l'invasione dell'Afghanistan e dell'Iraq, alla ricerca di armi chimiche mai trovate. È da allora che la guerra si è diffusa con la scusa dell'occhio del male, con il terrorismo in primo piano".

Adesso tutto quello che Kurt vide e filmò sono in Argentina assieme a lui. Perché? Perché negli Usa qualcuno da allora lo perseguita. Dopo essere stato ingiustamente imprigionato per il suicidio della prima moglie, Nancy, Kurt è stato torturato, minacciato, inseguito con il semplice fine di sequestrargli il materiale compromettente sull'11 settembre. Per questo, una volta stabilita dal giudice la sua innocenza, Kurt ha cercato un po' di pace dall'altro capo del continente. Dove ha conosciuto Paula, ha avuto due figlie ed è rimasto grazie all'asilo politico provvisorio concessogli dall'Argentina. Status che adesso gli sta scadendo.
Le pressioni per riaverlo negli Usa non sono mai scemate. Kurt resta un testimone scomodo e non solo per quel che ha visto e registrato sull'11 settembre. Fra i suoi documenti girati per l'agenzia federale Fema (U.S. Department of Homeland Security) ha anche filmati di zone nucleari e strategiche che potrebbero mettere male la Casa Bianca, visto che testimoniano l'imballaggio e il trasporto di armi nucleari, biologiche e chimiche e "il precario stato nel quale in alcuni casi vengono tenute". La scusa a stelle e striscie per rivolerlo in patria è la riapertura del caso sulla morte di Nency, alla faccia della dichiarazione di innocenza emessa anni fa. Ma il fine è chiaramente un altro: mettere a tacere per sempre chi ha visto troppo.

In questi anni, Kurt ha sempre vissuto fra costanti minacce e pressioni, scontando anche mesi di carcere in Argentina. Ma è sempre stato protetto da uno Stato che gli ha garantito rifugio e credibilità, almeno finora. Per questo è nata una campagna per raccogliere le firme che possano convincere la Casa Rosada a non cedere alla prepotenza della Casa Bianca e a concedere a Kurt un status permanente di rifugiato politico che gli permetta di vivere una vita degna, senza però mai dimenticare. Anzi, le organizzazioni create dai familiari delle vittime dell'11 settembre chiedono a gran voce che Kurt racconti tutto quello che vide e per farlo deve essere protetto da chi lo vorrebbe azzittire per sempre.

fonte: http://it.peacereporter.net

domenica 16 maggio 2010

IL PROSSIMO 11 SETTEMBRE — MADE IN ISRAELE ?



DI MAIDHC Ó CATHAIL
Redress Information & Analysis

Citando come maggiore minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti la possibilità che un’organizzazione terroristica si impossessi di un’arma nucleare, Barack Obama ha convinto altre 46 Nazioni al recente Summit sulla Sicurezza Nucleare a concordare sulla messa sotto chiave del materiale nucleare mondiale. I leader giunti a Washington avrebbero, tutavia, potuto fare di più per evitare l’attacco nucleare se avessero chiesto al presidente degli Stati Uniti di menzionare le testate di cui l’America stessa dispone.

Naturalmente il presidente Obama potrebbe anche non essere stato al corrente del grande fallimento degli Stati Uniti nel mettere al sicuro i propri materiali nucleari e conoscenze dal saccheggio dei suoi supposti “alleati più stretti”. Ma dato che Obama non vuole nemmeno “immaginare” quale paese del Medio Oriente abbia armi nucleari, difficilmente ci si può aspettare da lui che sappia in che modo le abbia ottenute.

In un recente articolo uscito su Antiwar.com, intitolato giustamente “Le testate americane in Israele”, Grant F. Smith, direttore dell’Istituto di Ricerca sul Medio Oriente (Irmep) e autore di Spy Trade: How Israel's Lobby Undermines America's Economy [“Commercio di spie: come la lobby di Israele mina l’economia statunitense”, n.d.t.], mostra come “gli Stati Uniti siano un setaccio per lo spionaggio nucleare di Israele”.

La massiccia rete del contrabbando di armi costituita da David Ben-Gurion negli Stati Uniti negli anni '40 aveva sviluppato il ramo del nucleare nel giro di un decennio, secondo Smith. L’acquisizione dello stabilimento della Apollo Steel Company in Pennsylvania fu finanziata da David Lowenthal, un amico stretto del primo ministro israeliano ed ex membro dell’Haganah, il precursore dell’esercito di Israele. L’anno seguente il dr. Zalman Shapiro, capo di una locale Organizzazione sionista americana, incorporò la Nuclear Materials and Equipment Corporation (NUMEC) in Apollo. Presto la NUMEC prese a ricevere grandi quantità di plutonio e uranio altamente arricchito da Westinghouse e dalla Marina Statunitense affinchè venissero trattati.

Negli anni sessanta l’Atomic Energy Commission (AEC) cominciò ad insospettirsi per gli errori nella sicurezza alla NUMEC, e considerò perfino la sospensione del suo “lavoro su armi classificate”. Una verifica dell’AEC del 1965 rivelò che 220 libbre di uranio arricchito erano mancanti. L’anno seguente, l’FBI iniziò le proprie indagini, sotto il nome in codice “Project Divert”, per monitorare la dirigenza della NUMEC e i frequenti visitatori Israeliani. Tuttavia il materiale nucleare continuava ad essere deviato verso Israele. Dopo una visita di 4 israeliani, tra cui l’agente del Mossad Rafi Eitan, il 10 settembre 1968, altre 578 libbre di uranio altamente arricchito scomparvero.

Ad ogni modo, lo spionaggio nucleare di Israele nei confronti degli Stati Uniti non terminò con il suo accesso al club nucleare alla fine degli anni sessanta. Come rivelò l’ex traduttore dell’FBI Sibel Edmonds, la rete del contrabbando ricevette un contributo fondamentale da tre funzionari di alto livello dell’amministrazione di George W. Bush. Tutti e tre hanno legami stretti con il complesso militare-industriale di Israele.

Secondo l’informatrice dell’FBI, Richard Perle e Douglas Feith diedero a Marc Grossman, il terzo più alto funzionario nella gerarchia del Dipartimento di Stato, una lista degli impiegati del Dipartimento della Difesa che avevano accesso a dati sensibili, tra cui quelli sulla tecnologia nucleare. La lista includeva anche dettagli personali estremamente delicati, come le preferenze sessuali, problemi di alcol o gioco d’azzardo e quanto dovevano per i loro mutui. Grossman passò poi le informazioni ad agenti israeliani e turchi, che li usarono per mettere i funzionari del Pentagono “con le spalle al muro”. In più, come disse Edmonds in una sua testimonianza in un tribunale in Ohio, gli agenti stranieri avevano reclutato persone “in quasi tutti i maggiori stabilimenti nucleari degli Stati Uniti”.

Dopo che Israele e la Turchia riuscirono ad ottenere ciò che volevano dai segreti rubati, i loro agenti offrirono quanto restava al migliore offerente. Come Edmonds ha raccontato al Sunday Times, a American Conservative e a Military.com, le informazioni sul nucleare vennero vendute al mercato nero, dove chiunque – al-Qaeda compresa – poteva acquistarle.

Perciò sembrerebbe che coloro che gridano più forte alla minaccia dei terroristi – ossia, i neoconservatori come Perle, Feith e Grossman e le loro controparti israeliane – siano gli stessi che li aiutano, almeno indirettamente, ad acquisire quelle armi di distruzione di massa di cui tanto parlano.

Ma perché, ci si potrebbe ragionevolmente chiedere, gli agenti israeliani dovrebbero aiutare quelli che si suppone siano i loro nemici a mettere le mani sulla bomba?

Quale sarebbe il probabile esito nel caso che le più tremende paure di Obama circa un attacco nucleare agli Stati Uniti – o ad uno degli alleati – si realizzassero?

Indipendentemente dai fatti, alcuni paesi islamici – molto probabilmente Iran o Pakistan – verrebbero accusati di aver aiutato i terroristi. E non serve un alto livello di teoria del gioco per prevedere quale sarebbe la reazione dell’America. La rappresaglia sarebbe così rapida e devastante che i malfattori designati potrebbero invidiare il destino degli iracheni dopo l’invasione – anche loro vittima di uno sviamento dell’attenzione da parte degli israeliani.

Se, come ammise Benjamin Netanyahu, l’11 settembre fu “molto positivo” per Israele, un 11 settembre nucleare lo sarebbe anche di più. Mentre gli ammalianti effetti del traumatico evento di nove anni fa hanno cominciato a svanire, e man mano che gli americani cominciano ad interrogarsi sui costi di un’alleanza unilaterale, potrebbe anche essere considerato necessario.

Maidhc Ó Cathail è uno scrittore con moltissime pubblicazioni al suo attivo, e vive in Giappone. Per leggere altri dei suoi scritti visitare Maidhc Ó Cathail: Writing and Analysis.

Titolo originale: "The next 9/11 – made in Israel?"

Fonte: http://www.redress.cc/
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03.05.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ARLEQUIN